UNA COSTANTE INQUIETUDINE

Se il primo anno la pandemia da Covid-19 aveva causato uno stato di insicurezza provocato da un male improvviso, imprevedibile quanto incontrollabile, capace di cristallizzare la precarietà dell’uomo, adesso le cose sono cambiate. Si rinuncia a fare considerazioni anacronistiche e si vive un’età spossata con l’incremento degli obblighi: il Green pass rafforzato, le mascherine all’aperto e il super pass al ristorante. Se il primo anno il Covid-19 aveva reso più solidali i vicini di casa, perché quando le cose non vanno si sente il bisogno di conforto, adesso subentra l’impazienza come un dato impietoso, cronicizzato. Diciamo che ci siamo abituati a questa età spossata, ad una prolungata insofferenza, ad una costante inquietudine. Se il primo anno nella debolezza ci si capiva di più e si era convinti di immaginare un tempo a venire, abitudinario, ora il futuro, specie con la variante Omicron, è una nebulosa. La quarta ondata e il terzo vaccino ci infondono un unico confine che non scompare, parafrasando il verso di una bellissima poesia di Francesco Scarabicchi contenuta nella raccolta La figlia che non piange (Einaudi 2021). Il nostro orizzonte è invisibile, infonde un’aria di gelo invernale e l’ansia, l’apprensione di chi non sa, di chi non può sapere quale sarà l’evoluzione del virus. Apprendiamo che non si esclude l’ipotesi di reintrodurre il lockdown come avverrà in Olanda. Oscilliamo tra ordine e disordine. La pandemia è diventata una condizione esistenziale, una manifestazione giornaliera di tristezza, di non rinnovamento della vita, di insondabilità e dunque di umiliazione. Il mantra “io resto a casa per il mio bene e per quello degli altri” è una contraddizione a discapito del bisogno di contatto con le persone più amate. Ma alle porte del 2022 questa contraddizione stanca, sfibra, toglie energia, rispetto al tempo della prima e della seconda ondata. Dicono gli esperti che esiste un’epidemia silenziosa in tutto il pianeta, la depressione, la cui incidenza, con il Covid-19, sarebbe aumentata del 25%. Mi viene in mente, in proposito, un grande romanzo: La strada di Cormac McCarthy (Einaudi 2007). Un libro di sopravvissuti, padre e figlio, da un’apocalisse nucleare, da una devastazione che ha trasformato coloro che non sono morti, in briganti malvagi. Un assoluto dettagliato erompe dalle pagine dello scrittore statunitense: “Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso”. Cosa intende suggerirci Cormac McCarthy? Che la disperazione non è mai giustificata, come neppure il senso di punizione che arriva a privarci di un bene indispensabile: la libertà. In fondo non c’è mistero che non includa l’affanno, la parte nera, uno spaccato che non rende giustizia. Sì, il mondo si può offuscare, come le vicende personali nella cesura tra il singolo e la storia. Il presente è annientato da sguardi persi mentre aumentano di nuovo i contagi. Nel romanzo di McCarthy il padre arriva a dire: “Non c’è nessun Dio e noi siamo i suoi profeti”. Nel confine inquieto dell’olocausto l’uomo e il bambino procedono per inerzia, sorpresi e sgomenti. Nel dicembre del 2021 la pandemia è una prova che ci fa sentire vivi nella sua presa implacabile, nonostante il peso delle restrizioni, ma ugualmente sorpresi e sgomenti. Ne usciamo testimoni pragmatici, stizziti, in un confine esteso e privo di recinzioni. Siamo calati in un tempo senza tempo, come se ogni orologio meccanico, nel suo congegno a molla, si fosse fermato e le lancette non riprendessero più a scandire un quieto battito dietro l’altro. La domanda inderogabile è affidata a noi stessi: quando finirà? Il silenzio, in questo caso, è proporzionale alla sottrazione di ogni parola.

Alessandro Moscè

 

 

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