IL ROMANZO DELLA TECNOLOGIA DI YARI SELVETELLA

La tecnologia rovescia i rapporti interpersonali e finisce per spiazzare uomini e donne, giovani e meno giovani, all’improvviso, senza che nessuno possa immaginarlo. Come una macchina della verità, a partire dal primo del mese di un anonimo giorno di aprile, l’app Varami si diffonde da piazza dell’Acquario nelle vie cittadine, nei mezzi pubblici, negli appartamenti, nei negozi, negli uffici, semplicemente verificando se le persone dicono o meno la verità. Tutto nasce da un condominio dove si intrecciano amori e dissapori tra universitari, inquilini di ogni età, protagonisti in cerca di un’identità perduta o mai avuta. Varami, incredibilmente, non fallisce, consentendo di far propria l’intimità altrui e di svelare aspetti inconfessati di mariti e mogli, di fidanzati, datori di lavoro, studenti che cercano invano l’amore: puri, pettegoli, nevrotici. Come si è propagato un congegno all’inizio curioso, quasi fosse un gioco da tablet, poi inarrestabile e pericoloso per tutti? Yari Selvetella con La mezz’ora della verità (Mondadori, 2025) ha scritto un romanzo che va al passo con i tempi, considerato che oggi non si fa che parlare dell’interazione con l’intelligenza artificiale, al punto che non sono pochi coloro che prevedono una completa spoliazione del soggetto in virtù di guide autonomi capaci di elaborare un’infinita quantità di dati. Scrive Selvetella: “L’upgrade, in meno di una giornata, ha mostrato a tutti il suo potenziale. Non soltanto è in grado di valutare la buona fede di una dichiarazione, ma ora riesce anche a sondare la sua veridicità incrociando rilevazioni, fatti. Si è intrufolata nelle memorie. Elabora. Pensa”. Varami arriva ovunque c’è la possibilità di esprimersi superando le abitudini della gente. Ci si chiede quale sia il vero scopo del marchingegno, chi si nasconda dietro la app, se ciò che avviene inconsapevolmente durerà per sempre e se i giudizi saranno sempre credibili, dunque universali. “Mi pare che il mondo rassomigli di più a sé stesso, in questo coming out della sua incontinenza assertiva. Tutti vogliono sapere, tutti vogliono dire. E finalmente accade, è lì, a portata di mano, nel male e nel bene”. Siamo dinanzi ad una profezia meccanica, ad una suggestione che fa perdere la bussola alle stesse istituzioni. Ad un certo punto emerge l’io narrante: si chiama Valentino Ricci e vive da solo con il cane Gringo. Lavora in un ufficio dove svolge mansioni burocratiche. Parla poco, è timido. Sembra indifferente dinanzi ad una rivoluzione che rischia di violare la privacy, diversamente dalla tensione comune che sale e che atterrisce la popolazione. Selvetella ricorda Orwell e una battaglia che vede coinvolte strane ingerenze, tanto da far temere l’arrivo di un nuovo ordine mondiale. Fino all’epilogo: dalle 18 alle 18.30 l’applicazione diventerà un megafono unidirezionale emettendo le proprie sentenze in modo inappellabile. Uno stop sarà ancora possibile? “C’è il telegiornale. La presentatrice annuncia che è stato finalmente trovato l’antidoto al proliferare delle voci. Gli scienziati sono riusciti a penetrare il sistema che permette a Varami di invadere i dispositivi di riproduzione radio. Utilizzando lo stesso algoritmo su cui continua a vigere il segreto, l’antidoto si sovrapporrà alle voci”. Sarà davvero finita? La mezz’ora della verità è un romanzo tagliente, scritto con un linguaggio vorticoso adatto ai colpi di scena. Selvetella ha costruito un impianto funzionale, una trama avvincente.

Alessandro Moscè

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