GIULIO FERRONI: LA NATURA VICINA E LONTANA

Il critico e storico della letteratura Giulio Ferroni, professore emerito della Sapienza di Roma, nella sua lunga carriera si è occupato di Dante, Machiavelli, Pietro Aretino, Ariosto e di molti altri autori di primo piano. Nel suo ultimo volume dal titolo Natura vicina e lontana (La nave di Teseo, 2025) spazia dall’umanesimo all’ambiente, dalla storia degli antichi greci all’intelligenza artificiale, come recita il sottotitolo. L’orizzonte umanistico, nel presente, è alimentato da forti contraddizioni e lacerazioni, allontanandosi dalla natura (la natura intesa come l’emblema interiore dell’uomo, secondo Petrarca) attraverso un progressismo cieco che travalicherebbe il limite umano stesso. Riguardo l’acquisizione odierna della tecnologia, Ferroni scrive: “Protesi e congegni aprono un modo di essere oltre umano e post umano, che sovrappongono espressione, comunicazione, gestione dell’esistenza, rapporti sociali ai loro fondamenti naturali e biologici”. Ci si muoverebbe in una sorta di transumanesimo che negli anni Sessanta e all’inizio degli anni Settanta era stato individuato da Pier Paolo Pasolini nella fine dell’umile Italia e nell’avvento del consumismo di massa che avrebbe portato il paese alla mutazione antropologica e al disastro ecologico e antropologico. Lo stesso Italo Calvino nei racconti Le città invisibili (1972) immaginava una civiltà di consumi, di rifiuti di cose usate e di immondizia, in cui la vita si risolve tutta in un processo di evacuazione. Paolo Volponi, nel romanzo Le mosche del capitale (1989) avvertiva la sostituzione di ambienti naturali con paesaggi artificiali, metallici e plastificati. Anche il poeta Andrea Zanzotto si fece sentire lamentando le insidie del profitto, dell’irresponsabilità, dell’effimera volontà dell’uomo. Decisivo il capitolo che Giulio Ferroni riserva al cosiddetto “assoluto digitale”: tra computer, cellulari, e-mail, social network, il verbo immateriale, indubbiamente, finisce per prevalere. Nella comodità di assommare dati, di ideare codificazioni che snelliscano le tempistiche, non sappiamo quanto la tecnologia potrà essere espressione di creatività umana e quanto il web riuscirà ad imporre il bisogno sul merito. Il mondo è un’infosfera (un nuovo linguaggio), ma come si svilupperà il compromesso tra tradizione e artificio? Cosa diventeranno il tempo e lo spazio, il nostro essere psichico e biologico? L’Intelligenza Artificiale è già uno strumento didattico, ma non si rischia l’affossamento della prospettiva illuministica in un questa desoggettivizzazione surrettizia e spettrale (Éric Sadin)? Saremo decisi e non decideremo più, annullando il passato, il pathos, l’emotività per un’intelligenza impersonale? In una recente intervista al “Foglio” Ferroni ha dichiarato: “Con l’automazione si risparmia fatica ma l’analogico ci riporta alla resistenza del reale contro l’illusione della scorrevolezza. Perciò amo i quaderni e prendo appunti, anche se saranno trasformati in un testo digitale. Spero che i ragazzi facciano ancora a mano le operazioni aritmetiche più semplici”.

Alessandro Moscè

 

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