DIALOGHI SCRITTI CON LA PROSA DI UN POETA

Alberto Bevilacqua è stato uno scrittore che ha saputo creare un mondo tutto suo, con epicentro Parma, sua città natale. Quella Parma che, per sua natura e vocazione, ha tenuto e tiene a battesimo ogni sorta d’artisti, con uno sguardo attento verso la narrativa. Il suo storico quotidiano, “La Gazzetta di Parma”, continua la tradizione di dare spazio agli scrittori. Io stesso ne sono stato e ne sono beneficiato. Ma non è di questo che voglio parlare. L’ho fatto solo per entrare in argomento. Il mio intento riguarda altro: segnalare il libro che Alessandro Moscè ha dedicato all’amico Alberto Bevilacqua (Alberto Bevilacqua. Materna Parola edito da Il Rio) Un libro, dico subito, che traccia di Bevilacqua un profilo veritiero quanto onesto. Ne ho un riscontro personale. Ho conosciuto Alberto Bevilacqua, che a suo tempo intervistai per “La Nazione” riguardo non rammento a quale suo romanzo; lui mi aveva dedicato una recensione al mio Rasoio di guerra su “Amica”. Dunque, un giorno mi trovavo alla stazione di Firenze quando, in mezzo all’andirivieni dei passeggeri, vedo Bevilacqua. Ha in testa un cappello nero a larghe tese, e in mano una valigia. Lo chiamo. Si ferma. Mi guarda un attimo e, sorridendo, dice: “Sei Pardini!”. Capii così che era il personaggio dei suoi personaggi. Misterioso e magico. Il suo sguardo, pur conversando con me, pareva guardare lontano come fosse impegnato anche con un altro interlocutore. Un colloquio breve, e non ricordo esattamente su cosa. Erano i primi anni Novanta del secolo scorso. Ma alcune frasi mi sono rimaste in mente, rilevandosi profetiche. “D’ora in poi- affermò tra l’altro- cambieranno molte cose perfino in ambito editoriale. Stiamo andando incontro a nuove realtà”. Giunse il suo treno. Ci salutammo. Ma non posso dire di non averlo più riveduto, sia perché la sua immagine e voce mi sono rimaste dentro, sia perché Moscè l’ha saputo ritrarre per quello che Alberto era e rimarrà. In questi ultimi tempi è stato assai tralasciato. Ma la sua forza poetica e narrativa è sotterranea, e prima o poi tornerà in auge, alla stregua del suo Po, che d’estate sembra andare in secca, salvo tornare più gagliardo di prima con l’avvento delle piogge. E dal Po e da Parma, Alberto ha tratto energie uniche. Aspetti che ben coglie Moscè con grazia ed equilibrio, dandoci un Bevilacqua in parte inedito, in quanto ne mette in luce risvolti personali emersi dai loro incontri e dialoghi. Bevilacqua, ad un certo punto, non manca perfino di impartirgli consigli circa il rapporto sentimentale che l’amico ha con una ragazza; così come lui gli svela i suoi stati d’animo verso Romy Schneider, la grande e tormentata attrice austriaca che diresse nel film La Califfa, tratto dal suo omonimo romanzo. Fra i due ci fu amore? Mistero. Quel mistero con cui Bevilacqua si è confrontato la vita intera, perché lo inseguiva, lo interrogava attingendo non si saprà mai a quali risorse. Non a caso Moscè racconta che lo anticipava nei pensieri e poteva accadere lo chiamasse nel medesimo istante in cui lo stava pensando. Singolare, per affetto e introspezione, è il legame che Bevilacqua ha con la madre, una signora affetta da malumori e visioni, ma sempre presente nella vita del figlio. Tanto che andrà a fargli visita anche a Roma, dove Bevilacqua si era trasferito. Dopo l’esordio con dei racconti sul supplemento della “Gazzetta di Parma” curato da Mario Colombi Guidotti, nel volgere di breve tempo lo nota Leonardo Sciascia, e altri insigni scrittori e critici. Parma comincia a stargli stretta. A Roma avrà agio di dedicarsi a tempo pieno al suo lavoro. Inizia come giornalista, il seguito viene di conseguenza. Bevilacqua, come si capisce dal racconto di Moscè, non perdeva tempo. Con passione e con furore (quello sacro di poeti e sognatori) sgobbava sulla pagina senza alcun risparmio. Anni intensi, tra giornalismo, regia e narrativa. Le sue opere erano contese fra gli editori, in quanto raggiungeva, sempre, le vette delle vendite. L’ispirazione gli giungeva improvvisa, alla stregua di un lampo. Allora doveva fermarsi e scrivere, con l’ausilio di un sigaro tra le labbra. Il sapore del tabacco gli corroborava la fantasia, le volute del fumo nell’aria lo inducevano a riflettere e decidere come i pellerossa quando interrogavano il destino aspirando le loro lunghe pipe. Bevilacqua interrogava invece la folla dei personaggi che avrebbero gremito le sue pagine. Una folla che ancora si aggira fra di noi, così come ci si aggira Alberto Bevilacqua affiancato dal suo fedele amico e biografo Alessandro Moscè, che su Bevilacqua ci ha dato pure un romanzo che si legge di un fiato, non tanto perché onesto e sincero, ma perché scritto con la prosa che solo i poeti sanno comporre.

Vincenzo Pardini

 

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