Da Quando tornano gli dèi. La poetica della Lazio (Avagliano, 2026)
Pedro, da pietra, roccia compatta e gemma preziosa che non ha bisogno di essere tirata a lucido: si rigenera da sé. E’ nato a Santa Cruz de Tenerife, nelle Canarie con le sabbie dorate del colore delle tante medaglie infilate al collo e del mare con le tonalità azzurre, le stesse della maglia della Lazio. Ha incominciato a tirare i primi calci in spiaggia come i brasiliani. Da ragazzino tascabile, nelle serpentine, era già composto ed elegante. Pedro Eliezer Rodríguez Ledesma, con la faccia da funzionario diplomatico, finirà negli archivi del grande calcio: è l’erede e l’interprete moderno del tiki-taka, campione del mondo del 2010 e campione d’Europa nel 2012 con la Spagna di Xavi, Alonso, Fàbregas, Iniesta, Torres. Cinque scudetti, tre Champions League, tre Supercoppe europee e due Coppe Intercontinentali vinte con il Barcellona, la Premier League e l’Europa League con il Chelsea. Nel campionato 2024-’25, a trentott’anni, è entrato in campo quasi sempre negli ultimi venti, venticinque minuti. Determinante la doppietta costata lo scudetto all’Inter di Inzaghi a due giornate dal termine dell’annata. Pedro è un campione riservato, con il sangue caliente, ma freddo, freddissimo sotto porta: non conosce sussulti di cuore dall’alto della sua esperienza. Quando si abbassa sguscia da un lato all’altro del campo, da una fascia al centro con l’astuzia della volpe. Ala e regista, attaccante, falso nueve, palla a terra sa fare tutto. Attacca gli spazi e tira in diagonale. Dribbling e passaggio, dribbling e scoccata da dentro l’area, alfiere anche dell’opportunismo. Corre e non si ferma mai. Il suo è un abito mentale. A fine partita non ha un capello fuori posto e non versa una goccia di sudore. Un runner di livello al quale avevano presto predetto la terza giovinezza per la sua asfissiante mobilità. Pressa, riparte anche quando non serve. Il tronco prevale rispetto agli arti. Scatta e non si capisce bene l’ampiezza e la larghezza delle gambe, del busto, quasi fosse una pedina sfocata, fuori dal gioco. I difensori faticano a stargli dietro e spesso commettono l’inevitabile fallo per togliergli la palla dai piedi, anca contro anca. Un giocatore tanto orizzontale quanto verticale, veloce nel pensiero, Pedro è un uomo squadra diligente, operoso, che a fine carriera ha lo stesso temperamento della giovane promessa della cantera blaugrana. Pesa ancora sessanta chili e si diverte di più quando si alza la tensione sugli spalti. Non perde mai le staffe. Se volete farlo divertire ditegli di allenarsi con le ripetute. Cento metri o un chilometro sono la stessa cosa: nessuna fatica. Se segna, Pedro canta la famosa canzone di Raffaella Carrà sotto la curva che lo acclama in coro.
“Continuo finché sono inspirato e finché sono in grado di dare il massimo, anche a partita in corso”, ha detto. E’ di poche parole el mejor campeón. La frase più celebre, negli spogliatoi dell’Olimpico, è stata questa: “Grazie Roma per avermi ceduto alla prima squadra della capitale, la Lazio”. Non sopportava i dettami in giallorosso del fanatico José Mourinho e non ama il gioco imperniato sulla difensiva. Da Trigoria a Formello il passo è stato breve. E’ bastata una telefonata, di quelle che allungano la vita calcistica. Il vecchio merletto non ha fallito e nel primo derby ha timbrato un goal d’autore dopo una gran scorreria, con l’astuzia e l’irridente facilità di chi, con un tocco leggero, infila l’angolino basso alla sinistra del portiere.
Alessandro Moscè
