LO SGUARDO MINUZIOSO DI NORMAN MACCAIG

Norman MacCaig (1910-1996) è un poeta scozzese nativo di Edimburgo e tra i maggiori del Novecento. Bompiani ha dato alle stampe Uno dei tanti giorni (2026), raccolta che contiene una preziosa introduzione di Seamus Heaney, l’irlandese Premio Nobel nel 1995. Definito un classico contemporaneo, quella di MacCaig è una poesia di stagioni che si avvicendano, in cui la descrittività, come puntualizza Marco Fazzini nella premessa, compone un ritaglio figurativo. Versi che dimostrano una liricità fotografica (naturalistica) impressa dallo sguardo minuzioso e compatto, pieno di luci e ombre, di parziali verità. “Sparse per il prato, pagliuzze come lampi accomodanti / Penzolano a zigzag sulle siepi. Verde come vetro / Splende l’acqua nell’abbeveratoio. / Nove anatre passano in due file dirette, barcollanti”. Pietre, alberi, fiori, erbe, canne, baie, stalle, animali domestici e selvatici si affacciano dai cortili, mentre la campitura del poeta si estende nella campagna dove tutto sembra segreto e al tempo stesso familiare, nelle vette, nelle colline, nelle rupi, nei fossi, tra corsi d’acqua e strade avvitate. “Per i fiori è tempo di chiedersi: / Le api sbandano tra il fieno, e cantano / E si godono quel percorso ubriaco / Tra angoli invisibili dell’aria”. Si nota bene il dettaglio, la precisa indicazione di sfumature che fanno di questa poesia un incanto immortale nella storia dell’uomo, nell’osmosi con la creazione e negli “spazi incommensurabili”, in cui anche un cespuglio di spine può meritare una lode. “Un gabbiano mi fissa / Con un occhio da casseretto, si sporge in avanti / E fa spallucce in aria / I morti riposano dopo il viaggio da un deserto all’altro”. MacCaig dice di ammassare emozioni perché l’occhio vede, ma non si limita a refertare in modo ripetitivo. La natura, amatissima, ha un battito, un ritmo, un suono, un’energia cinetica: MacCAig procede in una scoperta continua, inarrestabile nei suoi cicli biologici. Quando il poeta esce dalla misura che gli è più consona, si fa trasmettitore di sentimenti umani tra i sofferenti, come nella poesia Orario di visita, tra le migliori: “Infermiere deambulano lievi, veloci, / qua e su e giù e là, / con quelle vite strette che trasportano / miracolosamente un carico / di tanto dolore, di tante / morti, con occhi / ancora attenti dopo / tanti addii”. Dentro stanze mute l’ospedale annuncia la morte e fissa distanze incolmabili tra il bene e il dolore. Il senso di costrizione è contrapposto alla libertà e non concede consolazioni, né aspettative. MacCaig osserva, ascolta, riflette guardando il cielo, le nuvole, l’oscurità della notte sedendo di spalle al futuro con il tempo che si dilegua dentro al passato, per sua stessa ammissione. Non mancano considerazioni amare, spiacevoli nell’ambiguità degli accadimenti: “Visto che so che il mondo è avvelenato / da un egoismo brutale e ipocrita, / devo forse tacere / l’inutilità delle ninfee, i nidi delle passere / dentro a siepi?”. Ecco che le parole di Heaney riportate nella bandella calzano a pennello: “Ho sempre amato il misto di rigorosità e vulnerabilità che contraddistingue l’opera di Norman MacCaig. Ci educa continuamente alle meravigliose possibilità della poesia lirica”. Fino all’ultimo il poeta respinge la fine e accusa il volto della morte di distruggere le meraviglie della vita. Ma il suo “costume di gioie” respira ancora, quasi che i ricordi rimangano nel volo dei gabbiani, nella luce che tracima, nelle altitudini dei monti.

Alessandro Moscè

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