ANTONIO SECCARECCIA: IL MONDO IN UN PAESE

La cernita della poesia italiana è purtroppo contraddistinta dalla mancanza di un’osservazione costante sulla produzione dell’area meridionale, al punto tale che risulta difficoltoso delineare una mappatura in territori quasi del tutto inesplorati. Se l’intreccio tra geografia e storia (Carlo Dionisotti) conserva tuttora una prospettiva valida su cui fondare uno studio critico, la dichiarazione di tale assunto ripropone la qualità stilistica di poeti trascurati, rimasti a torto in un cono d’ombra. In questo discorso che meriterebbe un ampio approfondimento, si inserisce l’opera completa, appena uscita, di Antonio Seccareccia (nato a Galluccio in provincia di Caserta nel 1920, morì a Frascati nel 1997), dal titolo Una cara immagine in un sogno (InternoPoesia) a cura di Arnaldo Colasanti e Raffaele Manica, supportati dall’amorevole coinvolgimento di Rita, la figlia del poeta. Seccareccia va inquadrato, innanzitutto, a partire dai significativi dati biografici: da ragazzo fece il contadino e si arruolò nei Carabinieri. Aprì una libreria a Frascati dove organizzò varie iniziative culturali per la promozione della lettura. Da maresciallo a poeta, si disse, sottolineando due attività solo apparentemente inconciliabili. Dichiarò che avrebbe voluto coltivare la terra per tutta la vita, “perché la natura non tradisce mai chi la conosce e l’ama: gli uomini sì”. Come per Albino Pierri, il grande dialettale di Tursi, il percorso poetico di Seccareccia (mosso dal richiamo di emozioni solitarie, per sua stessa ammissione) è un viaggio a tappe nei luoghi più cari, il documento simbolico, ma reale, di un mondo che ormai non esiste più. Scoperto da Giorgio Caproni e Giacomo Debenedetti, esordì su “La Fiera Letteraria” ed incontrò il favore di Pier Paolo Pasolini e Mario Luzi. La sua raccolta più conosciuta rimane Viaggio nel Sud (1958) che conteneva la prestigiosa prefazione di Caproni. Quale sono le caratteristiche rilevanti di questa poesia? Senz’altro il tono: delicato, suadente, con un profondo sentimento malinconico e una fedeltà inattaccabile agli affetti familiari. Si ha l’impressione di leggere versi al limite dello struggimento, come nel testo: Sera d’autunno che riportiamo integralmente: “Ieri sera, sull’orizzonte / c’era una nuvola di fuoco: / «Avremo vento stanotte» / disse una vecchia passando, / e parve tremare. / Ora penso a mia madre che sta sola / nella vecchia casa di campagna, / e forse sta ascoltando impaurita – forse trema – / il soffio lungo della tramontana”. Manica fa notare gli intenti di purezza e volontà di Seccareccia, i versi semplici raggiunti con uno sforzo, dunque tutt’altro che semplicistici, che sposano in pieno l’intuizione di Caproni: “c’è un esemplare senso di misura, che gli impreparati ignorano”. Misura accostata al rovello, alla filosofia (il poeta si era appassionato al pensiero di Seneca), a concetti che delineano presagi, avvertimenti, esperienze. Dall’io si passa subito al noi, ad una rappresentazione della società, della storia comune, tipica della provincia povera del dopoguerra. Seccareccia comunica una realtà primordiale tramite una versione lirica da cantore, una riflessione terrigena che che estrapola l’anima tanto di persone che di scorci tra l’alternarsi di stati di felicità e stupore, mestizia e fiducia. “Forse è stato solo in sogno / che una volta ho viaggiato nel Sud, / per strade fiorite d’oleandri, / e sentito il vento vivo sulla fronte. / Dio, quando spunterà il giorno / in cui uno sconosciuto mi dirà: «sei libero, puoi andare dove vuoi tu?». Gli scorci, dicevamo: delle strade nei giorni di festa; dei treni che partono di notte; delle sere azzurre nelle colline; delle case intonacate di bianco; delle vecchie donne vestite di nero. “Cercare nella memoria, è come aprire / uno scrigno di gioie dimenticate. / Oggi è come s’io rivedessi / il fresco cielo del mio paese / posato sulle colline, / e fossi tornato sull’aia / a tracciare coi piedi nudi / solchi e solchi nel grano”. Una memoria a volte ferita si tramuta in desideri, preghiere, fantasmi, dialoghi, in lettere d’amore alla madre. La contemplazione del proprio paesaggio (una sorta di proprietà) sensibilizza l’animo del poeta, per cui ogni partenza è vissuta come un tradimento, quasi nascondesse un’agorafobica tensione dovuta alla distanza dal proprio ubi consistam. Ma è anche un’opportunità, come ogni foce segreta dove il tempo si chiude, parafrasando un verso. Le stagioni, nella loro aspra bellezza, si allineano con la circolazione dell’atmosfera: l’estate arroventata dal sole; l’equinozio di settembre; l’oscurità di ottobre; il mare di ghiaccio dell’inverno; la luce di polvere d’aprile. Nel vento siamo vele, ci dice Antonio Seccareccia: vele che vanno, più grandi del mare e più grandi del petto dell’uomo. Vele dirette verso un traguardo che non vediamo, che immaginiamo nel tempo incombente. “Forse siamo fratelli e non ci amiamo, / forse un giorno ci ritroveremo ancora / nella valle misteriosa / chiamati dal destino a riposare: / io in cielo, il fiume al mare”.

Alessandro Moscè

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