Le ombre parlano è il titolo di una plaquette con testi di Alessandro Moscè (poeta) e immagini di Giorgio Cutini (fotografo d’arte) appena edita da Grafiche Fioroni in carattere Palatino su carta Rosaspina delle Cartiere Fedrigoni. L’edizione è stata realizzata in esemplari numerati e la curatela affidata al critico Paolo Lagazzi. Moscè è tra i poeti italiani più rinomati della generazione Sessanta: alla base dei suoi scritti ci sono i rapporti conoscitivi come esperienza delle cose e del mondo, dentro tempi e luoghi ben precisi. Moscè ricompone la metafora di un serrato corpo a corpo dell’uomo con il mondo e la storia. In una linea di consapevolezza che non dimentica una prospettiva di più ampio e concreto impegno, l’autore risulta fortemente radicato nelle Marche, sua patria poetica, come è stato per i predecessori Umberto Piersanti, Gianni D’Elia, Francesco Scarabicchi e Guido Garufi. La sua ultima raccolta, che ha vinto il Premio Poesia del Mezzogiorno, è Per sempre vivi (Pellegrini, 2025). Giorgio Cutini, nato a Perugia, si è imposto nello storico gruppo di fotografi del Centro Studi Marche con Mario Giacomelli, Gianni Berengo Gardin ed Enzo Carli. La ricerca fotografica di Cutini si inserisce quale strumento privilegiato per soddisfare un bisogno di conoscenza interiore, libero di spaziare tra realtà, astrazione e concetto. La sua opera conosciuta in tutta Italia e all’estero è espressione soggettiva di concetti universali e il suo pensiero è rivolto alla ricostruzione di memorie ed ombre di paesaggio. Cutini ha partecipato a numerose esposizioni, sia personali che collettive. Tra le poesie di Moscè segnaliamo C’è il buio della casa, abbinata alla fotografia di Cutini dal titolo crepuscolo. Ha scritto Lagazzi nell’introduzione “Nel confine dei linguaggi”: “Ogni dialogo fra un vero poeta e un fotografo artista è un incontro tra due forme di poesia. Il linguaggio che i poeti cercano attraverso e oltre l’ombra – attraverso il mistero, l’opacità della vita – è quella luce che illumina la nostra condizione mortale schiudendola all’ultimo orizzonte dell’indicibile. Anche Cutini e Moscè dialogano tra loro affondando nel linguaggio dei confini propri e superandoli, scavando e postandosi tra le cose”.
