Se da più parti Pier Paolo Pasolini è ormai considerato il maggior intellettuale del Novecento italiano, i libri che lo riguardano escono con una frequenza pressoché incontrollabile. Ne scegliamo uno, nel cinquantennale della morte, che si distingue per l’impostazione. Lo ha scritto Daniel Raffini, docente universitario e si intitola A Roma con Pier Paolo Pasolini (Perrone, 2025). L’introduzione è del critico Filippo La Porta, che sottoscrive le impressioni di una città scoperta nelle stratificazioni sociali a partire dal 1950, l’anno in cui Pasolini si trasferisce nella capitale con la madre Susanna Colussi, abitando al Ghetto, a ridosso del Tevere. “Ripercorrere i luoghi evocati nelle opere di Pasolini significa esplorare contesti che non esistono più o che sono stati trasformati in modo radicale a distanza di decenni dalla loro rappresentazione”. Siamo dentro quel processo di mutazione antropologica che per Pasolini determina il passaggio involutivo dalla società rurale a quella industriale e urbana. Sottolinea Raffini: “In qualunque parte del mondo Pasolini si rechi – dalla vecchia Europa ai panorami lontani dell’Africa o dell’India – Roma resta sempre il termine di paragone, il luogo attorno a cui la riflessione si dispiega e la casa alla quale tornare”. E’ con la sua Alfa GT 2000 che Pasolini si sposta dai quartieri più poveri ai Parioli, a Vigna Clara, all’Olgiata dove peraltro viene ambientata una parte del romanzo Petrolio e in altri luoghi che di fatto non esistono più. L’unico punto fermo è la postazione in movimento dalla quale guardare girando: l’automobile, appunto, che tiene uniti l’uomo e la città nel vissuto e nel racconto, in un significato storico e in un presente destinato a svanire. Un aspetto messo in luce da Raffini riguarda l’attrazione di Pasolini per i toponimi: Roma è una cartina geografica di vie e piazze, di scorci e paesaggi in lontananza, con i quartieri popolari che affiancano il centro storico, con le borgate sorte tra le zolle di terra e il fango, mentre cresce l’abusivismo con la costruzione dei palazzoni negli anni del boom economico. “Percorrere oggi la Roma di Pasolini vuol dire confrontarsi con ciò che rimane e ciò che è sparito”. Un accostamento tra il vecchio sull’orlo della sparizione e il nuovo che risulta oppressivo nella constatazione della famosa mutazione antropologica. I luoghi di Pasolini non sono quindi luoghi felici, ma l’occasione perfetta per liberare il pensiero critico e la creazione poetica, fino ad arrivare all’invettiva degli ultimi anni. Annota Raffini: “La città si mostra, per svelare il suo segreto, poi sembra sgretolarsi, fino a rimanere simulacro di sé stessa. Alla rappresentazione gioiosa della vitalità dello spazio urbano si inframezza la rabbia e la disillusione”. Un libro che scorre linearmente in brevi capitoli, in cui una certosina ricognizione degli spazi fa sì che Roma resti un monolite, ma che ci dice molto sullo stesso Pasolini, sul suo amore e sulle sue intuizioni, sulle contraddizioni e sule illuminazioni polifoniche. “Piange ciò che muta, anche per farsi migliore. La luce / del futuro non cessa un solo istante / di ferirci”. Il pianto della scavatrice è la poesia più emblematica del segno dei tempi che cambiano, di una minaccia incombente e che Pasolini commenta con il rammarico e la nostalgia che non conoscono più confini.
Alessandro Moscè
