LO SPERONE DELLA SANTITA’

Racconto estivo

Arrivo in una giornata soleggiata, limpida. Appena parcheggiata l’auto i riverberi lucenti vestono d’azzurro la collina in un quadro rinascimentale senza figure e che al tramonto sfuma nel rosato. Qui vengono spesso gli amanti del trekking con le calzature imbottite per praticare attività motoria e sportiva.  Tutto appare lontano, seguito da una prospettiva pittorica della scuola fabrianese, da una congiunzione geometrica che unisce i campi sterrati, i prati floristici, gli alberi maestosi e le variazioni d’ombra sull’asfalto della strada. Sono nella cosiddetta Terra dei Fioretti, nei pressi di Fabriano, che prende il nome dall’opera letteraria del nobile ghibellino Ugolino da Brunforte sulla vita di San Francesco (di cui si sta celebrando l’VIII centenario della morte), di Frate Egidio e di altri frates. Una terra dai percorsi un po’ tortuosi tra gli interminati spazi, gli infiniti silenzi e la profondissima quiete leopardiana dei monti Rogedano e Puro. Da una sopraelevata di pietra arenaria bianca, emersa nei secoli, appena erosa nel basamento, sorge il fortilizio di Santa Maria di Valdisasso, puntellato da una torre e dall’eremo che fu una residenza protetta dei francescani. La storia, in questo ambiente rupestre, ebbe inizio dai lontanissimi tempi delle monache benedettine, donatarie di un monastero nell’anno 787. Una storia di sperdimenti trasmutata in un lungo, lunghissimo cammino. E’ nel 1200 che la visita di San Francesco rese il luogo una postazione definitivamente sacra, la “Porziuncola delle Marche” nell’incrocio celestiale tra l’uomo e il creato, immersa nella natura che favorisce la pace interiore e la preghiera evangelica. L’eremo offre un promontorio immerso nella vegetazione dai connotati orientali, una singolare conformazione geologica con la struttura granitica sulla vetta. E’ ancora la storia a dare luce e misticità al luogo. Sappiamo che nel 1405 Chiavello Chiavelli, Signore di Fabriano, acquisì il terreno e il monastero cedendoli ai Frati minori perché ne facessero un convento. Chiavelli commissionò a Gentile da Fabriano il Polittico di Valle Romita, depredato dall’esercito napoleonico nel 1810 e oggi esposto nella Pinacoteca Brera di Milano. Il capolavoro del Gotico Internazionale rappresenta l’Incoronazione della Vergine in un Paradiso dall’alone dorato. Dopo la parziale distruzione dell’edificio, a partire dal 2005 la Regione Marche ha promosso una brillante restaurazione. L’amenità di Santa Maria di Valdisasso rimane intatta: il cielo è più vicino, quasi fosse capovolto e la montagna cade dolcemente nella vallata aprendola su due versanti solcati da rigagnoli d’acqua. Il verde è disseminato ovunque, perfetto come le prediche di San Francesco. I faggi slanciati hanno la corteccia grigia, mentre le piante di alloro si distinguono per le foglie glabre. Il sottobosco, umidissimo, è ricco di fungaie. Nel bosco di roverelle corrono lo scoiattolo dalla pelliccia nera e il gatto selvatico, un felino rossiccio che assomiglia alla volpe. Nell’aria svolazzano il picchio rosso e la cinciallegra dal canto stridulo. Attraversando le strade di servizio si arriva ai pascoli. Guardando da più direzioni lo sperone, le finestre rettangolari dell’eremo sono occhi distanziati in un’architettura di antichi saperi che nascondono, dietro ai vetri, l’anima millenaria, la purezza cristiana e le penitenze dei frati, le credenziali dei pellegrini di passaggio e la contemplazione degli eremiti stanziali. Da qualche anno si possono visitare la cappellina, il refettorio, la sala dei convegni e si può alloggiare nella foresteria. Dal 2014 l’eremo è la sede del noviziato dei Frati Minori della Provincia Picena di San Giacomo della Marca. Il messaggio corrente viene dal Cantico delle Creature di San Francesco: “Laudato sì, mi’ Signore, cum tucte le tue creature, / spetialmente messer lo frate sole / lo qual è iorno, et allumini noi per lui”. La tradizione vuole che un contadino sottratto al suo lavoro per accompagnare il santo, al ritorno trovò il campo completamente arato. La leggenda ci tramanda che da qualche parte si trovi un meandro segreto per entrare nel Tempio o nella Grotta della Sibilla innalzato, sotto terra, tra le Marche e l’Umbria, nel cuore dell’Appennino. Un reame come Atlantide, un mondo leggendario e inspiegabile che correda la santità con il profano. La Sibilla: una venere, una dea, una fata, una donna dai piedi caprini, un demone precipitato per disobbedienza. Eppure a Santa Maria di Valdisasso tutto è rimasto incolume, incontaminato.

Alessandro Moscè

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