IL DETTAGLIO DELLE STORIE DI MARK STRAND

Mark Strand, poeta e critico letterario canadese naturalizzato statunitense, è venuto a mancare nel 2014. Nel 1999 vinse il Premio Pulitzer che lo consacrò per sempre ad un pubblico internazionale. Nel 1982 era stato eletto membro dell’American Academy of Arts and Letters e nel 1990 conclamato poeta laureato degli Stati Uniti. Nella collana Lo Specchio Mondadori è stato appena pubblicato il volume Tutte le poesie che si articola nella complessità di un’opera dove L’alfabeto di un poeta (che riguarda la prosa di Strand confluita in un libro tradotto in Italia nel 2001) apre il ventaglio dei numerosissimi motivi ispiratori che lo qualificano ai margini dello sguardo in bilico tra movimento e immobilità tra le cose, il paesaggio, la natura, i sensi, il corpo. L’apparizione della vita fa i conti con la morte e il dopo tanto da condizionare l’intera poesia lirica, la “fine della gioia” e l’inizio di un pensiero che sembra indolore quando la scrittura si occupa del “riposo delle anime” tra le muse. L’oblio delle storie personali e il passaggio della “dolce monotonia della quotidianità” costituiscono il lamento per qualcosa che perdiamo senza averlo mai posseduto (Porto oscuro). Sul mestiere di poeta Strand dice senza mezzi termini sposando in pieno la tesi di Wallace Stevens: “Si deve, non si sa come, conoscere il suono che sia il suono adatto. E di fatto lo conosci senza sapere né come né perché. La tua conoscenza è irrazionale”. Una poesia ventosa, quella di Strand, che sospinge la parola, che crea un’atmosfera sublime al pari delle nuvole, della luna, della notte, della neve. E nel contrasto interno/esterno si dipana il dettaglio, l’episodio, laddove sembra che non succeda nulla di particolare: “Sta lì di domenica, il pomeriggio presto, / quando il sole ustiona i tetti / e uno straccio bruciacchiato viene soffocato, senza ombra, / lungo i marciapiedi e i porticati della città morta”. L’aria è odorosa, chiusa, mossa, vuota, ripartita, vorticante in un’infinita varietà di aggettivi che la definiscono come fosse un contorno del mondo in un’immagine non del tutto distinta (Poesie d’aria). E nell’interno/esterno delle stagioni compaiono gli anziani, l’uomo-isola che brama di scappare, il sogno di un’evasione delineato lungo le coordinate spaziali del lago, del mare, della valle, della montagna. Strand non trova un luogo stabile, ma una porta dalla quale, ogni volta, rimettersi in moto, rialzarsi nel segreto della casa e dei rumori, nel tempo immaginario e nostalgico dove convergono anche l’amore e il ricordo del “cuore illividito” e lo “stupore di esserci stati” (lievita il senso della perdita). “Nelle sere di bonaccia d’estate / sento quei baci / scivolarle dalle labbra / buie e distanti, / e d’inverno fluttuano / sopra ai pini ghiacciati / e arrivano coperti di neve. / Mi mantengono giovane”. Lo scavo del pensiero si muove in un anfiteatro dove la recita è spesso elegiaca e dove il silenzio è il retropensiero del passeggiatore, la reclusione nella sua stanza (Tormenta al singolare), dove fissare il soffitto e ascoltare il suono della propria voce, dove leggere il libro della propria esistenza e dove a volte le vie d’uscita sono anguste come il presagio dei giorni a venire. Altre volte si anima l’emotività, la spia dei sentimenti: “Lei sedeva su una sedia all’altro capo della stanza e lo fissava. / Non era una brutta vita, pensò / mentre sorseggiava il caffè ormai freddo / e lei si spostava su una sedia più vicina. / Ancora, non riusciva a parlare”.

 Alessandro Moscè

Tags from the story
,
0 replies on “IL DETTAGLIO DELLE STORIE DI MARK STRAND”