L’ETERNA PROMESSA DI PIER PAOLO PASOLINI

Le promesse disattese, come gli auspici e i sogni, nascono da un ideale. Dalla nascita alla morte la promessa della giovinezza (dell’innocenza) è illusoria, specie se rappresa nell’edonistico principio del possesso che svuota di senso il destino umano. L’analisi del testo di Pier Paolo Pasolini all’esame di maturità riguardava una sua poesia tratta Dal diario (1943-1944), Appendice 1. Priva del titolo, rappresenta il sunto di un itinerario iniziato durante il secondo conflitto mondiale (il poeta aveva vent’anni) e durato tutta la vita. “Mi ritrovo in questa stanza / col volto di ragazzo, e adolescente, / e ora uomo. Ma intorno a me non muta / il silenzio e il biancore sopra i muri / e l’acque; annotta da millenni / un medesimo mondo. Ma è mutato / il cuore; e dopo poche notti è stinta / tutta quella luce che dal cielo / riarde la campagna, e mille lune / non son bastate a illudermi di un tempo / che veramente fosse mio. Un breve arco / segna in cielo la luna. Volgo il capo / e la vedo discesa, e ferma, come / inesistente nella stanca luce. / E cosi la rispecchia la campagna / scura e serena. Credo tutto esausto / di quel perfetto inganno: ed ecco pare / farsi nuova la luna, e – all’improvviso – / cantare quieti i grilli il canto antico”. Una poesia di silenzio e attesa. Versi rivolti alla natura in un dialogo di occhi che guardano in alto e intorno, in uno spazio che è tutto il mondo. Il canto antico è il richiamo che sfocia nel presente della giovinezza e che si rivolge al domani. Significati che non vanno oltre la luna e i grilli della notte, che fissano il mutare delle cose non dipendenti dall’uomo. La promessa di capire il tempo e di afferrarlo, di farlo proprio, coincide con la percezione di un limite: non si possono regolare i ritmi della terra. Questo testo ricorda molto il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Giacomo Leopardi. La natura ci sovrasta e l’uomo si fa piccolo, costretto a sottostare ad un ordine già predisposto. La poesia di Pasolini è un attestato di comprensione, una suggestione che non cede all’immaginifico, ma rende conto alla realtà. Il coraggio sta nello spingersi oltre, di non attingere all’attimo terrestre e alla suggestione di una volontà di potenza. Si esula dalla materia per un pensiero embrionale che porterà Pasolini ad essere il paladino della difesa del patrimonio paesaggistico contro le distruzioni operate dal neocapitalismo. Una strenua battaglia contro i bisogni consumistici che non coincisero mai con il progresso operoso e con i sogni dell’adolescenza. L’eterna promessa era già persa dopo la guerra: Pasolini lo presagiva. Trent’anni dopo Appendice 1 scrisse: “Nei primi anni sessanta, a causa dell’inquinamento dell’aria, e, soprattutto, in campagna, a causa dell’inquinamento dell’acqua (gli azzurri fiumi e le rogge trasparenti) sono cominciate a scomparire le lucciole. Il fenomeno è stato fulmineo e folgorante. Dopo pochi anni le lucciole non c’erano più” (“Corriere della Sera”, 1° febbraio 1975).

Alessandro Moscè

 

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