NON MUORE CHI NON E’ MAI NATO

Racconto primaverile

La sensuale dottoressa del reparto di Ematologia, nativa di Cuneo, era abile, abilissima a suscitare un sorriso anche nel più restio dei pazienti con il cranio pelato. Mio fratello sarebbe andato al mare dal fondale basso che copre il golfo di Ancona e l’arenile della spiaggia libera. Dietro le casette in legno sospese sull’acqua e munite di reti a bilancia, sotto la lingua d’asfalto della provinciale, sorge il complesso di edifici color ruggine dell’Ospedale Riuniti Torrette di Ancona.
Si accendeva il fuoco della luce di agosto, la prima volta che vidi la dottoressa entrare ed uscire compostamente dalla stanza dei medici a quella dove si inetta la bleomicina e la vinblastina in endovena per curare i linfomi. Effetti collaterali? Leucopenia, febbre, brividi, secchezza del cavo orale, eruzione cutanea. Non ci pensavo, distoglievo l’attenzione dal mio campo visivo al suo, nella porzione di spazio in cui l’inquadravo nell’interezza della figura: alta, snella, giovane. Sensibile al fascino di chi ha abitato nei luoghi dove si respira la neve del Piemonte, a quell’inflessione dialettale di onde che salgono e scendono, parole stirate dall’elastico di un molleggio, le rivolgevo la parola con una battuta di spirito nel passeggiare alla cieca tra l’atrio e il corridoio del reparto. A volte la vita è soprattutto vista, osservazione. La sua bellezza si posava dolcemente nelle guance piene, nelle braccia scoperte e poco abbronzate. Era sciolta come una saltatrice in alto. Sì, la bulgara Stefka Kostadinova, che stabilì il record mondiale nel 1986. Tolse gli occhialini tondi dalla montatura leggera e notai la pupilla del giaguaro dilatata al centro dell’iride. Intorno a sé la dottoressa creava un’atmosfera onirica. Avrei voluto dirle: “Senti, andiamo, andiamo, non sono prigioniero del linfoma di Hodgkin. Non chiamarmi signor Alessandro. Ok?”. Mi sedetti sulla poltroncina rossa con la testata e la pediera, il portaflebo e le ruote. Fissavo le fenditure delle bocchette dell’aria mentre un tecnico puliva l’impianto con un aspiratore che ruotava in un sistema di ventole. Spiegava che un range di umidità relativa tra 40 e 60% riduce al minimo l’impatto dei batteri e dei contaminanti biologici. Nessuno lo ascoltava. Decisi di dare del tu alla dottoressa, preso da un picco di foga. Sussurrai: “No, non parlarmi anche tu con il linguaggio dei medici”. Suscitava ancora un sorriso ed era appena trascorsa un’ora dal mio secondo ingresso nel reparto, dopo quindici giorni dal primo. Andava, tornava nella luce bianca dalle stanze dei degenti sfiorando con i fianchi armadietti, mobili, tavolini, aste portaflebo, letti: una gazzella sui pantaloni di stoffa verde calati sulla calzatura sanitaria di gomma blu.
Mi arrivò il cenno da un’infermiera grassoccia e mi arresi alla terapia sospirando. Adagiai il capo sul cuscino. Il liquido scorreva nelle vene provocandomi un brivido di freddo. Aprivo e chiudevo gli occhi. Sudavo sotto le ascelle. Il lento fluire del medicinale mi costringeva in una posizione scomoda e i muscoli della pancia si contrassero. Fui colpito da un crampo muscolare all’altezza del ventre e dell’addome. Dopo qualche minuto il dolore scese al polpaccio sinistro. Lo strinsi sentendolo duro. “Contrazioni involontarie”, mi disse la dottoressa con la voce sibilante. “Anche questo è l’effetto dei farmaci?”. “Anche questo”, sentenziò. Il camice svolazzava. Mi lasciava solo nella stanza, mentre un televisore accesso proiettava le immagini di “Storie vere” su Rai Uno. La conduttrice lanciava un appello perché il figlio di una madre disperata tornasse a casa. “E se fosse stato assassinato? Se si trattasse di un sequestro, o peggio ancora di un suicidio?”, sussurrai ancora girando il capo dal lato della parete bicolore, la cui parte bassa era bianca e quella superiore giallastra. Un operatore brizzolato abbassò il volume e cambiò canale. Un’emittente musicale trasmetteva un concerto dal vivo di Vasco Rossi, che cantava da un palco lucente. La gente lo applaudiva alzando le braccia nel buio. Una ragazza in prima fila, con la fascia rossa sulla fronte, piangeva a dirotto. “Va meglio con il rock?”, chiese l’operatore ancheggiando. “Va meglio”, risposi laconicamente. “Andrebbe meglio se la terapia finisse adesso”.
Erano le 11.35. Ancora due ore. Avevo sempre più freddo. La dottoressa si era assentata ormai da un quarto d’ora. Nella sala riunioni il primario aveva indetto una riunione. Chiudevo gli occhi e provavo a dormire. I crampi erano passati ma avvertivo una leggera tachicardia. Ero diventato un sintomo sempre più pressante, invasivo. Razionalizzavo che la dottoressa poteva avere la metà dei miei anni. In quelle condizioni non potevo far altro che corteggiarla. Era il mio diversivo, il mio interludio, finché il suono simile al clacson di una corriera degli anni sessanta ammonì che la prima flebo stava finendo. Un segnale sul display computerizzato segnalava che mancavano tre minuti all’uscita dell’ultima goccia. Arrivò l’operatore e cambiò il set di infusione collegato con l’ago cannula. “Ti fai una bella bevuta. Come va?”. “Va che mi manca la dottoressa”. “Quale dottoressa?”. “La più bella”. “Hai scelto nel mazzo”. “Ho scelto”. “Sei furbo, amico”. Anche l’operatore andava di fretta. Entrò una signora sulla settantina. Aveva i capelli rossicci, disseminati in un cranio che sembrava un deserto consumato da un incendio. Zoppicava, ansimava. Salutò e appoggiò la borsa nera di pelle in uno scaffale di metallo. Si sistemò nella poltroncina viola. “Buongiorno. Ma che lo dico a fare? Mi hanno diagnosticato un linfoma di Burkitt”. “Signora, qui non muore nessuno. Lo dice sua eminenza, il capo. Non muoiono più neanche i malati di leucemia”, replicai. “Ma io le ho avute tutte. Mi manca solo il Covid per andare al creatore”. “Si faccia forza”.
Mi venne in mente una frase di Giorgio Bassani: “Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta”. Una macchia sul pavimento si allargava, era la sua ombra benefica. Leggevo la targhetta appesa ad una spilla che pendeva dal camice, dal suo seno destro: Federica Ferraris, ematologa. Iniziai a sognare, a fare metafore nella classica trasposizione simbolica di immagini. La sua voce era un canto di sirena; il corpo emanava il profumo del tiglio più longevo; gli occhi allargavano un bulbo di petrolio; i capelli curvavano in un saltellio dietro il collo; le gambe svettavano come colonne portanti dalla base al fusto. La capigliatura un capitello corinzio decorato con foglie d’acanto. Federica Ferraris era la trasfigurazione del male. Scrivevo nell’aria, parola dopo parola. “Apri la bocca, tesoro. Apri la bocca. Mostra la tua dentatura bianca, esci allo scoperto nella tua bellezza che le donne, tutte le donne di Ancona, invidieranno. Danza, danza su te stessa, esibisciti, chinati, spogliati”. Stavo declamando. “Qui, dove si lacerano i sentimenti, dove non si muore, ma si è debilitati. Ma sarà vero che non si muore? Lo diranno per fare coraggio, ingannando i pazienti, specie quelli più gravi?”. Seduto sulla poltroncina avevo perso del tutto la tentazione dell’eterno dei poeti, la curiosità insaziabile di sapere che cosa si nasconde dietro l’orizzonte del mare di Ancona, quello del Passetto, e dietro ogni orizzonte dove il celeste del cielo incontra quello dell’alta marea. Avevo perso anche la mia vanità, non solo i capelli e la barba. Presi un foglio dalla mia borsetta a tracolla. La matita era in tasca. “Dottoressa, stavolta rimani, dammi la mano. Sono solo e ruggisco. Ruggisco per non morire, come sempre. Sei tu l’unica difesa per il mio corpo fiaccato. E se ti vomitassi addosso? La bleomicina dà la nausea. Mi vergognerei, non saprei più guardati in faccia. Prendo tempo, prendo tempo, inghiotto la saliva. Ora ti guardo di spalle mentre compili un foglio per la signora che mi siede accanto. Da dove partono le tue natiche? Piccolo, medio e grande gluteo formano una sporgenza, il ponte sulle cosce. Sei sollevata, Federica Ferraris. Ma io crollo, non trattengo il conato, come non trattengo i crampi. Non ho contenuto gastrico, ho bevuto solo un caffè all’alba. Vattene, ti prego. Dolcezza, vattene”. Stavo per svenire trattenendo il fiato, quando l’operatore socio-sanitario mi porse un vassoio di cartone coprendo involontariamente il passaggio della dottoressa che si legava i capelli con uno spago. “Ti esce la pipì?”. “Anche”. “Prima svuota lo stomaco, giornalista. Fuori tutti i liquidi”. Squillò il cellulare, era il mio miglior amico, il dermatologo dell’Ospedale Engles Profili di Fabriano: Marco Ottaviani. Non risposi. Arrivò un suo messaggio al cellullare. Dicono che i medici, per sdrammatizzare la tensione, spesso proferiscano sciocchezze. “Sei vivo o sei morto? Sei più morto che vivo?”. Il professor Guido Giannelli, il primario del reparto di Ematologia, con i pantaloni sanitari infilati nei calzetti, prendeva a schiaffi i suoi pupilli. Lo faceva per motivarli. Una volta gli schiaffi si davano per mortificare. Anche la medicina ha modificato le sue usanze.
“La morte sorride a tutti; un uomo non può far altro che sorriderle di rimando”, esclamò Marco Aurelio. E invece no. Sorridevo solo alla dottoressa di Cuneo. Esclusivamente al mio bene, al mio angelo custode con le ali delle fate, quelle delle favole che si leggano ai bambini per farli addormentare. Federica Ferraris era un’ossessione durante il giovedì mattina scandito dal battito dell’orologio con il quadrante nero appeso alla parete della stanza. L’orario procedeva incessantemente, senza ostilità. Passarono le ore mentre la signora con il linfoma di Burkett si era addormentata con le mani incrociate sul petto. Una vena le batteva sulla fronte rischiarata da un raggio di sole entrato dalla finestrella socchiusa. Dopo l’iniziale lamentela manifestò un carattere silenzioso, chiuso. L’operatore chiese se volevo un succo di frutta. Abbassai la testa, la scossi. La dottoressa, probabilmente, stava già preparando il foglio delle dimissioni. L’ultima flebo si era ridotta della metà. Mi sentivo svuotato, stanco, con un leggero dolore agli occhi e alla regione orbitaria, senza più quell’integrità fisica di quando ero entrato nel reparto. Più rilassato, anche se sapevo già che la sera mi sarebbe salita la febbre. Ero entrato in una dimensione buia, surreale come i quadri di André Breton. Stare bene è un traguardo del quale non ci rendiamo conto, un benessere dato per scontato. Invece è un’immensa fatica. Stanno male i giovani, non solo gli adulti e gli anziani.
Tornò di nuovo il mio angelo custode. Parlottava con un’infermiera che indossava la retina in testa, appena rientrata dalla sala operatoria. “Allora? Tutto ok, signor Alessandro?”. “Diciamo di sì”. Nel suo volto un po’ arrossato leggevo la configurazione di un emoji, la faccina con il sorriso appena accennato. Il collo della dottoressa era bianco, le unghie laccate, lucide. Mi misi a sedere e mi sostenne l’operatore. Mi rimase la cannula al braccio, disinfettata con cura. Il cerotto e una benda coprivano l’arto. “Fuori, dimesso”, esclamò l’infermiera che assomigliava a Orietta Berti. L’ultima mezz’ora era trascorsa velocemente. Sarei tornato per la terza somministrazione e infine per la quarta. Uscii dal reparto con il fiatone per raggiungere l’ascensore. Mio fratello mi aspettava all’entrata dell’ospedale seduto nell’ultimo gradino di una scalinata.
E ora che non ti vedo più, cosa farai, Federica Ferraris? Ti ho sognato e mi dicevi di raggiungerti. Eravamo nella spiaggia di Portonovo, nella baia verde immersa nel Conero. Volevi esplorare un sentiero e indossavi un cappello di paglia, un borsalino che ti copriva i capelli. Gli occhiali da sole erano bronzei. Ridevi, prendendomi per il naso. Non potevo seguire il tuo sguardo e sentii il fischio di una nave da crociera. Saremmo saliti? O saresti sparita come nel reparto, tra un casotto e l’altro, tra un ristorante e un bar? Ti avrei ritrovato ad un tavolo a mangiare le cozze con una spruzzata di limone? Faccio fatica a ricordare l’ultima volta che ti ho incrociato nel reparto. Il foglio di dimissioni non lo hai firmato tu, ma un medico di Tolentino. Sono rimasto deluso. Eri in ferie. Adesso vorrei raccontarti di me, della mia dieta, delle mie passeggiate ai giardini pubblici di Fabriano quando il sole è un lanciafiamme che esce dalle foglie degli alberi. Mi rivolgerei a te come ad un’amica di scuola, quella più carina e dispettosa, inafferrabile. Non ho più gli occhi allucinati dalla bleomicina e neanche quei jeans scuri calati sull’addome. Da qualche mese indosso solo maglioni rossi e blu. I pantaloni sono verdi, gialli. Non sopporto tutto ciò che è spento, slavato. La mia interiorità non richiama nulla in particolare, ma come ho scritto spesso nei miei libri che non hai letto, la bellezza, paradossalmente, esalta la mediocrità altrui: è un pregio che mette a tacere, che sconfigge anche quando dall’altra parte non c’è un rivale. La bellezza è un dono più raro dell’intelligenza, perché non si può confutare. La bellezza fa luce immediatamente, ma soprattutto ombra. Lo so, Federica Ferraris, lo so. La bellezza, per una donna, è una specie di condanna. Si indossa come un vestito, perfino con un certo vigore. Se suscita ammirazione, provoca anche irritazione e collera. C’è chi non perdona la bellezza, come fosse un peccato capitale. Non basta la delicatezza e la gentilezza per renderla più accettabile. Quell’invidia che notavo nel reparto, in fondo, è una patologia sociale.
Diventerai un grande medico, un’ematologa di primo livello. Te lo auguro nella controluce della mia casa, della mia stanza silenziosa, al terzo piano di un palazzo con sempre meno condomini. Non rimarrai ad Ancona, tornerai nella tua terra. Ti vedo già primario, tra qualche anno. Una dottoressa che verrà invitata ai convegni, che relazionerà sui progressi nella cura dei linfomi, dei mielomi, delle leucemie. Sarai un’esperta di trapianti effettuati con le cellule staminali di un familiare compatibile o grazie ad un donatore. Crescerai professionalmente, anno dopo anno, e allora sarà indiscutibile la conquista della scienza, non più una promessa: non morirà nessuno di malattie oncoematologiche. Diventerai donna, ti sposerai, avrai dei figli. Infilerai gli anelli dorati, a fascia, quelli delle migliori marche. Gli orecchini saranno gocce diamantine. Il volto più risoluto, come la bellezza che conserverai intatta. Ovviamente non so prevedere se avrai sensi di colpa, voglia di libertà, la gola stretta da un cruccio, o se ti conformerai ad una vita da piccolo-borghese. Rimarrai un ricordo che ha rischiarato il buio, allegro e ingenuo, ansioso. I critici letterari le chiamano antinomie compatibili.
Ma è avvilente dover dire che non ci vedremo più. E’ questa una morte di attimi, una controra fatale. Del resto si muore e si rinasce più volte. Il tempo smarrisce le comparse che si riducono di proporzione fino a cancellarsi autonomamente. Forse, tra dieci anni, rimarrà il fotogramma della stanza del reparto dove sedevo nella poltroncina, ma sarà tutto imperfetto, anche il tuo splendido volto. Qualcosa che è venuto all’improvviso per andarsene in esilio con l’arrivo dell’inverno. Sei racchiusa nel tuo nome, Federica Ferraris, in un’onda di calura, a Torrette, poco distante dal mare. Proprio alle 14.15, mentre uscirai dalla porta a vetri dell’ospedale e l’aria salmastra inseguirà la tua vampa. Adesso, come ogni giovedì. Tutto è uguale quando tutto cambia nel bianco piumaggio di un gabbiano che sfreccia nella chiarità azzurra del cielo, se fisserai il vuoto, un po’ frastornata, attraversando la stradina interna che conduce al parcheggio riservato ai medici.
Dimenticavo, dottoressa: il livido nel mio tricipite provocato dalla cannula, è sparito. Non ho altro da aggiungere, ed è già un addio, l’ultimo tocco di campana, l’eclissi nel diario intimo di un uomo buono, la mia angelica malinconia.
Esco di casa e vado ad imbucare la lettera da saltimbanco che gioca con sé stesso, non prima di averti confidato che “le tigri non si domano”.
Il tuo pirata coraggioso, fiero e irragionevole.

Chiudo l’angolo arrotondato della busta. Per la facciata anteriore utilizzo una penna stilografica degli anni ottanta.
Dott.ssa Federica Ferraris, c/o reparto di Ematologia. Ospedale Riuniti Torrette, via le Conce 71. 60126 Ancona

Alessandro Moscè

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