POETRY SLAM? NO, GRAZIE

Si discute spesso sul modo con cui diffondere la poesia contemporanea (di qualità) del secondo Novecento e del Duemila. Ne parlano poeti, critici, appassionati, docenti. I social non aiutano perché manca ogni tipo di critica, di selezione e discernimento. La promozione orizzontale è spesso autocelebrativa e non si riesce a capire granché sulla portata di un valore di senso. Senza una mappa orientativa di tipo storico e/o geografico il rischio è che il principio “uno vale uno” inquini anche la letteratura. Chiunque, oggi, può aprire un sito, un blog, ideare una rivista e strutturare un canone individuale a proprio piacimento. Se le nuove generazioni hanno diritto ad essere conosciute, attenzione però al metodo e alla forma. Leggo sul “Corriere della Sera” di Giuliano Logos, che non conosco. E’ un artista performativo, poeta e rapper, che ha vinto il titolo mondiale di Poetry Slam. Declama le rime attraverso il linguaggio verbale e la gestualità. Parla specie di degradazione della plastica. Sono abituato a giudicare un poeta sulla testualità e non sulla sua capacità di esibirsi, pertanto non riuscirei neppure ad immaginare un poeta dal vivo, sul palcoscenico di un palazzetto dello sport, affiancato a Milo De Angelis o a Valerio Magrelli, che anticipano la lettura dei testi con ampie premesse, con ragionamenti emotivi e sentimenti della ragione. Ma il cosiddetto format, è una tendenza che va contemplata nella nostra contemporaneità come ciò che è contenuto in un libro pubblicato nella collana Lo Specchio Mondadori? Giro le pagine del “Corriere della Sera” e mi imbatto in un’altra stranezza: la traduzione rock della Divina Commedia ad opera di Pierò Pelù, un cantante di successo della mia generazione. Da più di vent’anni questo virare dritto per dritto verso lo spettacolo fa della poesia un genere ibrido e contaminato da molti linguaggi paralleli. Ai collettivi che inneggiano agli “incendi spontanei”, come riferito nell’articolo, preferisco chi legge ancora, meticolosamente, Umberto Saba ed Eugenio Montale, chi scrive seguendo una tradizione che fa della carta e della parola scritta l’elemento distintivo, rispetto alle tante gare di poetica popolare anche dentro una birreria o in uno scantinato. La parola perde significato quando viene esposta come sfoggio. Non basta ascoltare, bisogna leggere e rileggere. L’occasionalità toglie ai versi quella dimensione esistenziale di lungo corso e sedimentazione, perché l’oralità è solo uno dei aspetti che ruotano intorno alla scrittura (e non il più importante). Il rapper Giuliano Logos, addirittura, si propone si insegnare ad un’intelligenza artificiale (quale?). Dice che ama l’hip hop e non è interessato ad una pubblicazione, ma alla disciplina da scontro: la ferrea competizione, pertanto, è il sovvertimento di ogni regola. Sono lontani i tempi in cui il francese Joë Bousquet affermava che “la poesia è la salvezza delle cose perdute nel mondo”. Nobilitiamo il Poetry Slam senza intermediazioni e con una recitazione il più possibile dialogata con il pubblico? No, grazie. I versi vivono altrove, in un’anima mondo, tra reale e ideale, tra sguardo e memoria, non in questo eterno, turbolento presente.

Alessandro Moscè

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