L’INFERNO PERDUTO

L’incipit di un nuovo romanzo

E’ un’ora di fumi che provengono dal diaframma industriale della città, ancora fasciata di sonno. Nei borghi e nelle viuzze si respira l’odore delle crostate dei forni, dei maritozzi con la panna, della polvere sul suolo sconnesso, dei portoni vecchi con i catenacci in ferro, dei muri medioevali che Fabriano conserva. Sono rientrato ed è ancora notte. La mia musa scende dal cielo, si ferma sugli alberi. Mi sembra di vedere una sagoma femminile nella sala da pranzo. E’ nonna Irma? Nonna Altera? Zia Mariella? Uno spazio di derivazione romantica si insinua senza precisare le sue intenzioni tra le mattonelle e gli infissi della casa. La malinconia non può fare a meno del passato, di pescarlo come una trota di fiume. Devo scrivere una poesia, liberare il desiderio per una donna.
Si chiama Gemma e da bambina era vivace e nevrotica. Piangeva perché le foglie del frassino e dell’ippocastano morivano. A nulla valeva farle fischiare accartocciandole. Erano rinsecchite, senza più odore, con l’apice e i margini esterni adiacenti alle punte. La pioggia le macerava, la gente le schiacciava con le suole delle scarpe. Nelle giornate di vento freddo i cacciatori giravano per puntare gli stormi di uccelli che cercavano riparo tra le colline, protetti dalla barriera dell’Appennino. Sofia piangeva per quei tordi che volavano impauriti, a gruppi sparsi, per i cinghiali e i caprioli, per i cervi e gli struzzi. Il colpo secco di un fucile la faceva rabbrividire. Se incontrava un cacciatore gli urlava, lo pregava di non uccidere, gli toglieva il fucile di mano. Adesso, a quarant’anni, nubile, si infila come un automa nella vasca da bagno e tiene la radio accesa su un canale straniero. Ascolta la musica celtica, una nenia, un suono vago, serafico. Il suo è un bagno di riposo, stanco. Gemma dormicchia dopo aver accarezzato il suo corpo. Misura l’ampiezza dei fianchi, soppesa i seni, introduce le mani tra i capelli per ridargli una forma. I piedi sono distesi, le braccia fuori della vasca, il corpo rilassato tanto da non sentirlo più. Quando si risveglia, dopo pochi minuti, l’acqua è già fresca da farle venire i brividi. Sente una strana eccitazione, voluttuosa. Il dormiveglia prende il sopravvento quando la mano è già stretta nella morsa delle sue gambe chiuse.
L’immaginazione si fa magica, colma di ritratti ancestrali che sfidano la concretezza, un orizzonte di metamorfosi, di taumaturgici fotogrammi. Un sospiro da repertare, specie se ricorre il tema della morte. Gemma è l’ecografia del mio sentimento, del volere il bene dell’altro: un gesto altruistico, l’anticipo della condivisione di uno spazio comune.
La sala della casa scopre un fondale di misteri dietro i mobili a vetro. E’ il luogo ora dimesso di un Natale svanito nel nulla. Estraggo i piatti di porcellana che piacevano a nonno Ernesto, color pervinca e bluette, che raffigurano scene di caccia. Altri hanno il fondo di ghiaccio, con motivi ispirati all’Oriente. Mi avvicino ad una tela di Leonardo Cemak, pittore di madre polacca. L’artista esalta la tessitura chiaroscurale e una luce creante che viene dall’alto. La ciclicità della natura fornisce una percorrenza cosmica nella cerniera tra luogo e natura e nella vista della cometa, ma la tensione è tutta metafisica. Non c’è infingimento nell’opera di Cemak, che lascia sgomenti nel suo segreto pulsionale. Il quadro era il preferito di nonno Ernesto. Ancora l’infanzia e l’adolescenza, ancora il dominio sulla ragione. Ancora la ricerca proustiana, Il travaso da un processo immaginativo all’altro.

Alessandro Moscè

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