FANTASMI DI FERRAGOSTO

E’ il 13 agosto, una data che mi dice qualcosa sin dall’infanzia, dalla famosa collezione delle figurine dei calciatori della Panini, il cui album tenevo gelosamente nella cartella scolastica in uno scomparto laterale. Ma certo, è il compleanno di Bruno Giordano, il prolifico centravanti della Lazio degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta, che ha vinto lo scudetto con il Napoli facendo da spalla a Diego Armando Maradona. Gli mando un sms: “Auguri, campione”. “Grazie, amico mio”, è la subitanea risposta mattiniera di colui che da trasteverino voleva assomigliare al mitico olandese Johan Cruijff.
Manca tutto in questa estate umida, accaldata, anche se fuori piove e il balenio della luce solare, accecante, si è trasformato in una lattiginosa coltre di vapore bianco che circonda il San Vicino, il monte dove dicono che il giorno di San Lorenzo arrivassero le Sibille per volteggiare con splendidi abiti azzurri puntinati di stelle. Si aggiravano lungo il massiccio del Monte Vettore e arrivavano al Gran Sasso e alla Maiella. Ora nessuno le ha più viste. Accendo la televisione e apprendo dal Tgcom24 che i malati di Covid-19 stanno aumentando, nonostante ci fosse stato un cauto ottimismo fino all’altro ieri. E’ l’estate più imprevedibile dell’ultimo ventennio. Disinfetto la tastiera del computer, il comodino, rifaccio il letto e do una sbirciata al quotidiano senza aprirlo. In prima pagina campeggia la foto della ex di Silvio Berlusconi che bacia una nota cantante italiana. Anche i giornali di cronaca inseguono il gossip per spostare l’attenzione dall’attentato di Beirut? Ma se non fosse stato un gesto volontario e invece un’incredibile imperizia dei funzionari addetti alla sorveglianza? Sento parlare per la prima volta di un composto chimico, il nitrato di ammonio, che da fertilizzante può essere utilizzato come esplosivo. Apro il quaderno a righe e scrivo la formula chimica.
Ho appena finito di leggere un saggio di Enzo Siciliano e penso che la scuola romana abbia prodotto una fucina, l’ultima, di scrittori che fortunatamente non pensavano solo ai romanzi, alle poesie, alla critica, ma al paese, a questo strano paese dove la normalità è occultata spesso con la faziosità, dove la parola razzismo è abusata come la retorica dei perbenisti e degli ideologi. Da qualche tempo le immagini si accavallano con una puntualità che mi costringe a scrivere disordinatamente sul quaderno: nitrato di ammonio, Giordano, Covid-19, Siciliano. Quindi un tiro di sinistro di Giordano che si infila all’incrocio dei pali, sul sette. Cerco di disegnare l’esecuzione. Lanerossi Vicenza-Lazio 4-1. Era il 4 marzo 1979 e a nulla valse la splendida segnatura del ventenne fuoriclasse bianco-azzurro. Segnarono Paolo Rossi e Paolo Rosi. Nonno Ernesto sobbalzò sulla sedia di vimini della cucina, al risultato finale. Era convinto che la partita fosse finita in parità. Io piangevo, nonna Altera aveva preparato il ciambellone soffice con la cannella e lo yogurt, che non assaggiai fino al lunedì successivo. Mio padre ammise che la Lazio era una squadra casalinga, finiti i tempi dell’euforia, quando si lottava per i primi posti della classifica.
Ancora il Tgcom. Ferragosto è vicino: i più giovani non rispettano le distanze di sicurezza, non indossano la mascherina, ballano all’aperto e al chiuso, vogliono divertirsi senza impedimenti, liberamente. Vanno in Grecia, in Croazia, ad Ibiza. Resto a casa e allontano una zanzara dalla mia camera sventolando la federa del cuscino. Aziono il repellente elettronico e mi affaccio sul balcone. Non piove più. Il sole fa capolino dietro la catena verdastra degli Appennini. La nebbia si è sciolta in acqua. L’aria trema, come fosse mossa da un terremotante luccicare, da un guizzo atmosferico provocato, con ogni probabilità, dal rialzarsi della temperatura agostana che sale e scende di ora in ora. Gli alberi sotto casa acquistano colore e le foglie sono più verdi, cangianti. I cani del vicino abbaiano, mentre tornano in strada le biciclette con il motorino ausiliario, la cui forza motrice è trasmessa da una catena. Il palazzo giallastro in mattoncini, dove vivo, è quasi vuoto. Mia madre ha l’incarico di annaffiare le piante del condominio quando calano le prime ombre della sera. Sento che sta preparando i bagnafiori di plastica.
Dopo il primo telegiornale, mentre va in onda la sigla, i quadri alla parete della mia camera da letto si scuriscono e fantastico che stiano per compiere un gesto creativo, per uscire dal loro rettangolo animandosi come persone in carne ed ossa: il parigino che attraversa la metropolitana, la donna nuda che posa per il suo artista, il contadino con il bastone che osserva i campi di frumento. I luoghi e gli spazi del nostro vivere potrebbero ampliarsi, entrare in competizione con la realtà. Sarebbe straordinario verificare il disordine delle cose stabilito da sempre, una ribellione di tutto ciò che è inerte, come la scomposizione di una legge fisica, della stessa interazione di gravità sulla terra per una conseguenza imprevista, paradossale. Un insieme di forze soprannaturali si muoverebbe legando con l’uomo al primo approccio: esseri piccoli, più grandi, parlanti. La mia finestra non rifletterebbe un anonimo quartiere di provincia delle Marche, ma la via Flaminia di Roma disegnata a china dall’incisore Luigi Bartolini, dove un ponte è chiuso al traffico. Sotto casa tornerebbero le osterie a conduzione familiare, la vecchia Cassia, una vivibile capitale attraversata da due, tre Lancia Flavia celestine. Dai libri sistemati sullo scaffale a muro uscirebbero i personaggi della letteratura mondiale. Marcel Proust, con un ricciolo sulla fronte, mangerebbe la sua madeleine in piedi, Thomas Stearn Eliot, con la riga perfetta da una parte, declamerebbe la conoscenza perduta nell’informazione, come scrisse in un verso. Guillaume Apollinaire, con i baffi spioventi, mi parlerebbe del Simbolismo francese seduto sul bordo del letto. Si materializzerebbe anche Bruno Giordano dallo stadio Romeo Menti, con la maglia originale del 4 marzo 1979, azzurra e bordata di bianco sul collo. Dietro di lui il biondo Andrea Agostinelli e l’arcigno Lionello Manfredonia, sudati, indispettiti per la netta sconfitta.
Mi addormento con la televisione accesa e alle 2.24 del 14 agosto mi alzo dal letto per spegnere il computer e darmi una rinfrescata. Con una torcia a led illumino la notte fabrianese. Il lampione arancio svetta dall’alto in fondo all’incrocio attorniato da una giravolta frenetica di pipistrelli. Un gatto bianco e nero, impaurito, saetta da un lato all’altro del marciapiede. Sono nell’isola del Borneo, in Malesia. La palma, uno dei pochi esemplari della mia città, mi ricorda la distesa che costeggia il mare e la spiaggia bianchissima, la barriera corallina, le foreste, le piantagioni di thè e tabacco, i monti a strapiombo visti in un documentario sul canale Focus del digitale terrestre. Il tronco della palma è seghettato e alcuni rettangoli di legno, esposti, sembrano post-it per i villeggianti. Sotto le foglie come pennacchi carnevaleschi a punta, emerge una massa ondosa, una criniera di leone che pende. La natura assume forme strane, come l’ippocastano con la corteccia desquamata e le foglie palmate, i frutti verdastri con gli aculei. Mentre sto per ritornare a letto seleziono velocemente qualche pagina di Facebook. I miei cugini hanno postato la baia di Portonovo, la spiaggia prediletta dagli anconetani che orgogliosamente non la considerano inferiore a Capri. L’oasi è una baia verde con l’acqua pulita, trasparente, con i sassi bianchi che scottano sotto i piedi. Nella cartolina l’azzurro lascia il posto al verde, al Conero elevato e ad una pietra giallastra. I ciottoli e la sabbia si immergono nel mare ed è facile pescare le cozze dal guscio nero come il petrolio. La storia qui, si è fermata, perché il posto è incontaminato come fossimo nell’Ottocento, tanto che qualcuno definisce ancora Portonovo la contrada del poggio. Le foto immortalano le vallecole, le rupi, la ghiaia, quel calcare che proviene da secoli di sedimentazione. Il Fortino Napoleonico impediva lo sbarco della flotta inglese e rappresentava un luogo inespugnabile. La Torre Clementina consentiva di controllare l’eventuale arrivo, nel Settecento, dei pirati. Potrebbero spuntare delle sirene ammaliatrici, un delfino giocoso, oltre ai germani reali e ai gabbiani. Oppure i tigrotti di Sandokan, in incognito, a bordo di un praho leggero con la vela, di quelli descritti da Emilio Salgari. Per tornare indietro nel tempo potrei camminare fino alla “cava dei davanzali”, erosa nella roccia, adatta all’uomo preistorico che usufruirebbe di una sorgente di acqua dolce e della sola freccia ad arco agganciata alla spalla.
Provo a riposare e nel dormiveglia compare mio padre appoggiato sulla ringhiera di San Ciriaco che dà sul porto di Ancona. Ha trent’anni ed il cappotto nero. I capelli neri, curati, l’impermeabile aperto sul davanti perché si veda la cravatta grigia. Le navi del porto sono lucine di un luna park tra giostre e chioschi dove si beve la birra e si mangiano le seppioline. Il faro è spento mentre la basilica bizantina è incastonata tra due leoni in marmo rosso che uncinano un serpente e un agnello. Mio padre accarezza il leone e va incontro a mia madre che si tiene i capelli con la mano, perché il vento le scompiglia la chioma. Si prendono per mano e svoltano l’angolo, si siedono sulla panchina pronti a spiccare il volo come in un dipinto di Marc Chagall, il pittore sedotto dallo stupore del fiabesco. Oppure resteranno con il volto coperto come gli amanti di René Magritte per evitare il disfarsi della pettinatura. Mi sveglio con la tachicardia e il collo sudato.
La televisione rimane accesa ed iniziano a scorrere i primi telegiornali in rapida successione. Apprendo che Papa Francesco ha dato ristoro ad un gruppo di trans di Torvaianica, donando pacchi di carne in scatola e mettendo a disposizione le docce sotto il colonnato di San Pietro. “Si tratta di restituire dignità alle persone”, ha affermato solennemente l’elemosiniere del pontefice. Si teme l’ondata di arrivi e di partenze per il Ferragosto. Le autostrade sono già state prese d’assalto specie in Liguria e si rilevano code chilometriche in Romagna. Chiudono le discoteche per il Covid-19 e gli esercenti protestano. Dalla 18 alle 6 del mattino dopo è obbligatorio l’uso delle mascherine anche nei luoghi all’aperto, nel caso di assembramenti. Ci nascondono realmente i numeri del contagio, mentre i francesi sono convinti che il virus sia uscito casualmente dal laboratorio cinese di Wuhan. La cronaca ci invade e una notizia dura l’arco di mezza giornata. Spesso di tratta di comunicati scarni che non consentono neppure una riflessione. Frasi ripetute con una velocità d’esecuzione impersonale, neutra, anche quando si parla di fatti tragici.
Preferisco il tempo della memoria familiare: l’infanzia e l’adolescenza sono le età più misteriose, le più affascinanti. Le più facili da amare, le più difficili da rivivere con precisione. Le più facili da ricordare in singoli episodi, le più difficili da preservare. Le più facili da identificare, le più difficili da scandagliare. Tutto succede in quel frangente: da quando nasciamo fino ai sei-sette anni. Quale destino ci attende appena il carattere si forma? Quello al quale non smettiamo di credere. Ma dobbiamo ripartire dall’inizio, dalla nostra genesi. Da quel goal di Bruno Giordano, dalle immagini di “Novantesimo Minuto”, dai temi in classe che ci faceva fare suor Melania, la maestra delle elementari che insegnava la preghiera come la grammatica, con lo stesso piglio. Al banco, in penultima fila, mi sentivo solo, sperduto, mentre le voci si accavallavano e non riuscivo a percepire distintamente i suoni. Volevo restare a casa, con Miranda, la mia seconda madre che mi raccontava delle fattucchiere che prevedevano il futuro e toglievano il malocchio con l’olio santo fatto gocciolare in una bacinella d’acqua. Diceva che se si avvistava una volpe nei pressi di Nebbiano, dove c’è ancora una villa rurale appartenuta ad un console, sarebbe stata assicurata la salute per tutto l’anno. I cinghiali non portavano bene, come i gatti neri. Gli scoiattoli, per i contadini del fabrianese, erano animali sacri, come le scimmie di Nuova Delhi. I morti si affacciavano dai tetti e lanciavano lunghe risate di solidarietà. Erano i lemuri, le anime di chi faceva visita ai parenti perché non riusciva a staccarsi dalla terra che aveva coltivato, dal grano come dai pomodori, dalla cicerchia, dai ceci. Una terra misteriosa, selvatica, remota. Una terra piena di dicerie, di visionarietà. Miranda mi diceva che suo nonno non è mai morto e che le parlava lasciandole dei messaggi in sogno, specie prima della vendemmia. Le ha insegnato il segreto per mantenere l’uva integra dalle muffe. Zuccheri e acidi debbono bilanciarsi, ma perché succeda il vigneto deve restare per metà totalmente all’ombra. Il nonno di Miranda, Almerino, aveva due baffi come manubri. Indossava le bretelle rosse a coste larghe e parlava a voce alta. Non sapeva né leggere, né scrivere, ma lo aiutavano i santi. Aveva il senso degli affari. Quando pioveva non bisognava bagnarsi, altrimenti era certo che ci sarebbe stato un battibecco con il fattore. Se vedeva volare le farfalle bianche, a coppie, era sua madre che lo raggiungeva. La piccola natura incarnava i morti che si presentavano sotto specie vegetali o animali. Il mal di stomaco si curava con l’artemisia, e Miranda negli anni Settanta lo faceva ancora. La salvia ha proprietà balsamiche ed evita l’influenza di stagione migliorando le difese immunitarie. Il sambuco serve per la circolazione e abbassa la temperatura corporea. Miranda, di notte, pregava il nonno Almerino, perché la facesse andare d’accordo con il marito che si fermava spesso in piazza a guardare le altre donne alle quali faceva l’occhiolino. Sentiva una risata propagarsi lungo il camino e inondare la saletta dove teneva il mattarello per la pasta e il cucchiaio di legno intagliato a mano per girare la polenta. Almerino l’ascoltava e l’assecondava.
E’ giorno pieno. Aprono i bar e i giornalai, i panettieri. Partono i primi treni per Roma e per Ancona. Gli strati di una vita sono raccolti nelle agende e nei quaderni, in appunti sparsi. Mi rileggo come volessi intercettarmi e riconoscermi. Lo sguardo si posa sulla fotografia in cui nonno Ernesto, ai giardini pubblici di Fabriano, abbraccia mio fratello e io corro dietro ad un pallone di plastica. Sento un retrogusto, una dolce malinconia. C’è da meravigliarsi, dopo tanti anni, che la leggerezza e l’ironia di allora si sia modificata in una scena muta, in un desiderio e in una nostalgia inguaribili, perfino struggenti? Il mio volto pallido a dieci anni, è lo stesso che può fermare lo slancio innocente di quel marzo 1979 e dire apertamente che commuoversi è un gesto solenne, regale? Lo posso dire che una domenica anonima è un graffito che non si cancella e che nessuno potrà condividere?

Alessandro Moscè

 

 

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