UNA GHIRLANDA DI FULGORI PER GABRIELE GALLONI

Gabriele   Galloni   era   un   poeta   più   maturo   della   sua   età.   Se   ne   è   andato improvvisamente lasciando stupiti i suoi molti estimatori e il mondo della poesia che si conosce, spesso, solo attraverso i social, una tenaglia che stringe ma che assomma anche una vastità di solitudini nutrite da presentimenti, entusiasmi, illusioni in un luogo non deputato, per definizione, alla poesia. 25 anni trascorsi a bruciare le tappe come autore in versi che ha saputo “familiarizzare” con i morti, che dalla morte sembrava provenire come un elfo con una dimestichezza tale che si può riconoscere raramente in un giovanissimo, perfino eccessivo nella pienezza che anela la luce, una continua rinascita, una seconda esistenza che accompagni l’umano. Giovanni Raboni la definiva la comunione tra i vivi e i morti, questa pasta che amalgama chi ancora rammenda la ferita di una perdita e chi non c’è più, nudo camminatore nella sponda che separa l’anima e il corpo, la luce e l’ombra, la voce e il suono, le immagini sensibili e perpetue di una veglia. Gabriele Galloni aveva riferito sul sito www.laboratori.it in un’intervista a cura di Michele Paoletti: “La poesia non è una forma di sopravvivenza personale o collettiva, ma letteraria. Una testimonianza del nulla. Anche per questo non credo alla poesia civile o politica: è uno sbaglio culturale, prima ancora che estetico; e non basteranno tutti gli esempi della mano ai morti”. “Preferiva   quelli  / sotto i vent’anni; tutte le domeniche / nell’obitorio prediceva loro // le coordinate per un’altra vita”, scrisse lapidariamente. Nel pensiero funebre di Galloni la morte non è solo stretta tra le mani, ma “sentita”, nel senso di un corpo a corpo che sembra, in una sorta di furore contenuto, rimandare alla veggenza e all’erranza di Dario Bellezza più che di Antonio Veneziani. Non rinnegava l’ombra, ma la reclamava nel suo crepuscolarismo di dune e falò, in un’inquadratura vertiginosa, in una progressione dello sguardo teso ad un-luogo, perché finalmente potesse approdare in un sito sicuro.  Quello   che   non   conoscevamo, probabilmente, era  il  tormento  del  ragazzo, la sofferenza nascosta dietro un bel volto da bohémien che affrontava le giornate a riempire un grande serbatoio di resistenza contro le brutture della vita. Il tacere, fuori della pratica poetica, sviluppa un silenzio abissale nel rileggere la lingua del poeta, la dialogante dualità di chi si sposta, o meglio di chi trasmigra da un’altra parte, cadendo nel bagliore delle parole, in quell’aldilà sconosciuto, misteriosamente dantesco. L’esperienza della morte, in definitiva, rappresenta qualcosa di irrappresentabile, una richiesta totale, una speranza e dunque una minaccia. La poesia di Gabriele Galloni assume una pregnanza sacrale, oggi più che mai, di un tempo e di un’identità perduti, nel rilievo di un dire che non si può compiere qui e adesso. Ma altrove, in una dimensione spirituale che abbracci il futuro di incognite e una ghirlanda di fulgori, una tensione radiante per sempre.

Alessandro Moscè

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