LO SCRITTORE CHE MUORE DUE VOLTE

Ieri, su Facebook, ho postato una frase dello scrittore istriano Fulvio Tomizza. Vincenzo Pardini lo ricordava dolcemente, suggerendomi di scriverne una biografia come ho fatto per Alberto Bevilacqua. Ma quest’ultimo era un amico e lo frequentavo, mentre Tomizza non l’ho mai conosciuto. Mio padre amava lo scrittore di Giurizzani, una contrada di Materada nei pressi di Urago, e conservava i suoi romanzi in uno scaffale: La miglior vita (Rizzoli 1977) era tra i suoi preferiti. Lo estrassi curiosamente dalla libreria di casa quando avevo vent’anni e non sapevo nulla sulle questioni etniche. Lo lessi tutto d’un fiato. Romana Petri ha ammirato l’eleganza di Tomizza nella foto che ho allegato. Un’altra persona riferiva di aver letto Dove tornare, la cui prima edizione è del 1974 (Mondadori). E’ capitato con Giorgio Saviane, Silvio D’Arzo, Carlo Cassola, Alfonso Gatto. Sandro Penna e altri autori di un certo peso completamente dimenticati. Quando in questi anni ho postato un verso o un aforisma, è emerso il rammarico di chi ha commentato: “Nessuno lo conosce”. Il Novecento non è stato solo il secolo breve, ma anche un secolo perso. Ho amato Paolo Volponi e non ho mai reperito neanche ad Urbino, dove è nato, un paio di romanzi. Accolgo con piacere la decisione dell’editore Mimesis di ristampare i libri di Carlo Sgorlon e mi auguro che qualcuno si ricordi di Domenico Rea non solo attraverso buone recensioni. Quanto oblio, quanta disattenzione, quanta dissipazione, però. Sono cresciuto leggendo il più grande poeta marchigiano dopo Leopardi, Franco Scataglini, del quale in questi giorni l’organizzazione del festival anconetano “La Punta della Lingua” ha pubblicato alcuni video straordinari. Ma non si trovano le opere. Ho scoperto Scataglini di trafugo, nelle biblioteche marchigiane, sbirciando, rubando, fotocopiando. Nella centrifuga editoriale di questo eterno presente, il passato prossimo è così remoto che passa inosservato come un quotidiano sul bancone del bar. Dieci anni diventano un secolo e le distanze temporali si allungano paurosamente. A tre anni dalla morte, uno scrittore, mediamente, cade in un inceneritore che lo risucchia e lo frantuma. Basta scorrere la lista dei vincitori dello Strega: Massimo Bontempelli, Giovanni Comisso, Giovanni Arpino, Manlio Cancogni, Michele Prisco, Raffaello Brignetti, Guglielmo Petroni, Giuseppe Dessì, Fausta Cialente, Stanislao Nievo. Ho citato dei poeti: qui la lista è più lunga e non risparmia nomi di primissimo piano. La poesia è in via di estinzione se non fosse per l’alacre lavoro di alcuni organizzatori armati di competenza e di buona volontà che riescono a resuscitarla miracolosamente. Il romanzo sta diventando una prosa plurale, ma se non è una saga poliziesca, quindi una narrazione d’intrattenimento sullo stile degli sceneggiati televisivi di una volta, viene accantonato dalla stessa editoria di prestigio, al punto che la qualità è salvaguardata in gran parte dall’editoria minore. La frase di Fulvio Tomizza che ho riportato, sembra il preludio a queste elementari constatazioni: “Scende sulla terra il vuoto dei cieli o su di noi si spalanca la miglior vita? Questo non sapevo, che il mondo muore a ogni morte di un uomo”. E se uno scrittore viene dimenticato, muore due volte.

Alessandro Moscè

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