IL DIAVOLO E IL BUCO CATTIVO

Racconto estivo

In una grotta scavata nella roccia calcarea sotto uno sperone sporgente, sul versante orientale tagliato in due dalla Gola della Rossa, si è sempre detto che si può scendere dalla pietra sedimentaria fino a ritrovarsi in un vero e proprio inferno. Nell’unico inferno, quello che ci hanno descritto come un luogo dannato, coperto dalle fiamme, dai demoni e dalle anime punite per aver condotto una vita scriteriata procurando danno degli altri. Nelle Marche, a metà strada tra Fabriano e Jesi, la diceria popolare non aveva immaginato il regno della Sibilla, la figura profetica figlia del vento, ma il “buco cattivo”, come veniva definito dalla popolazione locale. Erano gli anni Cinquanta e le donne di una certa età indossavano le gonne grigie spiegazzate, avevano il fazzoletto in testa, nero o grigio, che copriva la capigliatura con la riga in mezzo. Erano più rugose delle persone anziane di adesso e non sapevano che cosa fossero le creme idratanti. Nel dopoguerra c’era appena il sapone di Marsiglia nel lavandino con il quale sciacquarsi le mani e il viso prima del lavoro nei campi coltivati a grano, barbabietola e orzo. La grotta era pericolosa. Il buco nero nel quale erano scesi anche i nazisti in divisa senza risalire, risucchiava nel vortice della terra bruciante. Arduino, ormai vicino agli ottant’anni, con il naso schiacciato e i baffi sale e pepe, pochi capelli in testa, aveva ascoltato alcuni saggi per cui la terra sarebbe cava e al suo interno vivrebbero gli ufo. Qualche volta strani esseri erano sbucati dal condotto come lucertole impazzite. Attraversando una specie di corridoio sarebbe stato possibile trovare spazi larghi, una seconda terra sotto il manto visibile alla luce del sole. Qualcuno si era calato con delle corde, ma l’esplorazione non aveva prodotto esiti. Il rischio delle frane aveva fatto desistere anche i più temerari dal continuare l’impresa. Negli anni Settanta scoprirono le Grotte di Frasassi, un complesso ipogeo tra i più noti in Europa, ma il “buco cattivo” era un’altra cosa. Lì non si potevano trovare la bellezza naturale e un paesaggio strabiliante, la decorazione delle stalattiti createsi dall’inesauribile lavoro di acqua e roccia a dare le forme più originali che l’uomo potesse mai pensare. Laggiù, dal basso veniva l’odore di zolfo, sosteneva Arduino, e qualche volta si erano visti degli strani vapori esalare, trasformarsi in figure aeree, in diavoli con gli occhi di fuoco, con la bocca spalancata. Erano draghi che si animavano, animali preistorici di ere precedenti che mettevano le ali e sparivano nel cielo specie alle prime luci dell’alba. Tra la terra e le nuvole esisteva un contatto medianico, divino, ma tra la terra e il buio, l’inferno si facevano vedere davvero? La gente ci credeva e passava alla larga dal “buco cattivo”. Specie i giovani, allarmati da quei racconti sinistri di Arduino e degli abitanti di una certa età che stazionavano davanti all’unico bar del paese. Il diavolo, era uno solo? Due, tre? Arduino aveva consultato un libro nella biblioteca di paese, dove gli apparvero spiriti malvagi, avversari nemici di Dio, esseri ribelli con le corna, con la coda lunga e arricciata, topi giganti capaci di distruggere un raccolto, di abbattere alberi, case, stalle, perché incarnavano il male. Forse una soluzione c’era. Bisognava riempire  il “buco cattivo”. Ma chi lo avrebbe fatto? Un agente della forestale, il sindaco in persona, qualche volontario o il matto del paese che gridava dalla finestra quando cantava il gallo all’alba? E se il diavolo si fosse vendicato? Arduino era un figlio della luce, non della tenebra. Lo sapeva anche don Giovannino. Glielo aveva detto la madre il giorno della prima comunione, mentre stava già male, tramortita dalla polmonite, dalla febbre che non le dava tregua e la costringeva a stare supina nel letto della camera dove le persiane della finestra erano sempre chiuse. Arduino era lì, ancora una volta davanti al buco che si apriva come una voragine: una boccanera pronta ad afferrare la preda. Sorrideva, ma sentiva il tremore che gli saliva dalla gambe alle braccia rendendolo ubriaco, spossato. Il buco dell’eterno rimaneva inattaccabile, come quando Arduino era ragazzo, e se lanciava un sasso lo sentiva cadere lontano e percuotersi con un’eco spaventosa, una voce da caverna, da animale malsano. Matilde, una signora afflitta da malanni continui alle ossa, si era sognata che durante la guerra molti disperati si buttavano nel buco a testa in giù. Un campeggiatore era sparito anche l’anno scorso, l’ultimo dei tanti. Per Matilde era finito nel buco attratto da una forza irresistibile. La donna pregava sgranando il rosario, ma c’era ben poco da fare. “E’ il nemico del Messia”, ripeteva. Abbassava la testa e le sue mani rattrappite dall’artrosi, macchiate da bolle rossastre, stringevano un crocifisso. Matilde recitava tre volte l’Ave Maria e alzava gli occhi sul soffitto della sua catapecchia. Emanava un lucore come quello delle sante. Don Giovannino non credeva a quelle sciocchezze e si raccomandava di recarsi alla messa, di confessarsi, di fare la carità e di portare i fiori al cimitero per i propri cari. Aveva l’abito talare pieno di forfora sulle spalle, i capelli all’indietro. Magro, con le borse sotto gli occhi, si dichiarava un sopravvissuto. Era scappato in montagna durante la guerra e lassù, tra le neve, sulle pendici del Monte Vettore, i nazisti e i fascisti non erano mai arrivati. I partigiani passarono solo una volta, con il fazzoletto rosso annodato al collo. Finito il conflitto era ritornato in paese come se niente fosse successo. La chiesa era rimasta in piedi e la gente la frequentava. L’inferno era finito e altri inferni non c’erano, da quelle parti. Eppure i racconti si rincorrevano. Lucifero che si presentava come un uomo giovane e ben vestito, con la giacca, la cravatta o il papillon, le scarpe di camoscio lucido; come un confessore dal viso angelico, inoffensivo; persino come una donna avvenente dai capelli biondi e lunghi; come persone sconosciute che all’improvviso percuotevano i passanti e scatenavano i temporali e la grandine. I demoni ululavano alla porta dei contadini, diventavano cani che abbaiavano. Li chiavano i fetentoni, e tutti avevano a che fare con il “buco cattivo”. Arduino, infine, si sporse sull’orlo dell’apertura. Chiamò i diavoli uno ad uno: Belzebù, Lilith, Asmodeo, Apollyion, come era scritto nel libro. All’improvviso sparirono le case, le colline, ogni avvallamento. L’ambiente divenne un deserto africano. Arduino vide una luce provenire dall’alto, gli apparve la Madonna vestita di bianco e tutto tornò normale. Lo segnò con una croce sul volto. Era bellissima, con la veste azzurra: serena e quieta, la toccò sulle braccia e rese il legame con la Madre dell’Umanità duraturo per sempre. La Madonna vegliò sui bimbi malati, sugli anziani abbattuti, sui vivi e sui morti. La salute di Matilde migliorò giorno dopo giorno. Don Giovannino stavolta credette ad Arduino e ideò una processione con il trono di una Madonna di gesso e il baldacchino impreziosito da pietre luccicanti, circondato da una corona retta da due angeli in volo, i cherubini. Il “buco cattivo” fu chiuso una volta per sempre con una mano di cemento, ghiaia e terreno di riporto.

Alessandro Moscè

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