CAPRONI E RABONI MI PARLANO

E’ vero che spesso i morti ci parlano più dei vivi. Hanno più fascino e non li si può contrastare perché non li vediamo. Ci fanno tenerezza. I morti che ricordiamo sono stati coloro che abbiamo amato di più. Quello che hanno detto rimane un’isola da circumnavigare. La voce silenziosa proveniente dal passato, specie se il passato è remoto e infantile, funge da parola scritta, stampata. I migliori libri ci vengono da un’elaborazione mentale, da frasi rimaste dentro, da fotografie: angoli di strada nei quali si è passeggiato insieme, magari mano nella mano. Annina giovane, la madre di Giorgio Caproni che il poeta cerca “viva tra i vivi”, è una delle più riuscite liriche che abbia mai letto. Seguire le tracce con il fiuto di un cane, con l’astuzia di un indagatore: eppure Caproni, da Livorno, torna deluso. Quella donna non c’è più, ma la sua presenza-assenza è risonante, fragorosa tanto più passano gli anni. A tanto caro sangue. Poesie 1953-1987 (Mondadori 1988) di Giovanni Raboni offre l’opportunità di dipanare un discorso orale, acuminato, struggente. Si impone la figura paterna sin dalle prime poesie, tra le più belle dell’intera raccolta (“Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani, / quasi: le dita specialmente, le unghie, / curve e un po’ spesse, lunate…”). Si individua un sentimento immerso in una complessità calma e malinconica. La mia poesia è ispirata da questi suggerimenti taglienti, da questo sentore. I morti conversano, sono nell’armonia ricomposta di un segreto prospettico dei miei anni Settanta, in una corrente interiore che permette di vederli ancora, seduti al tavolo della sala, con la solita pettinatura, la solita giacca, la cravatta e un paio di scarpe nere. Dove sono i morti? La poesia che scrivo me lo chiede di continuo, mi strattona per saperlo. Forse sono in esilio. Un orizzonte che congiunge due estremi, un’associazione di idee nel travaso da un territorio all’altro, in una metamorfosi che trattiene il tempo. La fisionomia di nonno Ernesto, la somiglianza di nonna Irma: tocco il mio volto e riconosco la loro pelle, la loro bocca, la loro tonalità vocale. Caproni e Raboni i loro morti li alzavano, li mettevano in piedi. Non erano fantocci, ma uomini e donne vivi, appunto. Esclamavano, conservavano mani mosse nell’esercizio del tendere le dita, si muovevano con passi svelti…

Ecco un mio testo tratto dalla raccolta Hotel della notte (Aragno 2013) dedicato a Pierino, un omino della casa di riposo di Fabriano che parlava con la madre morta attraverso le crepe della parete all’entrata della struttura che lo accoglieva, e che dal pozzo del chiostro coperto da una grata, immaginava salire la Madonna vestita di bianco. Un venticello lo proteggeva dai mali e la mamma di tutti, come la chiamava, gli dava la benedizione. Rientrava nel pozzo di notte, ma saliva lievitando quando voleva.

L’amico di una città
se ne è andato in un amen.
La casa di riposo urla nei grandi letti,
ma il silenzio di un dopo
non lo ricorda nessuno,
è uno screzio ingannevole.
Una sedia di legno impagliata
reggeva il tempo di Pierino,
la sua attenzione sotto le ciglia.
La testa in alto e la polvere
sbirciano un senso invaso,
un crocifisso in legno
che potrebbe parlare.
Pierino lo toccava
prima di andare a letto

Alessandro Moscè

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