PERCHE’ LO SCRITTORE NON PARLA AL PAESE?

Gli scrittori, nell’epoca confusa che segue al postmodernismo, non sono degli intellettuali organici. Partiamo da un punto di snodo per dire che non necessariamente una forma d’arte come la narrativa o la poesia richiede una conoscenza specifica, l’apprendimento da fonti dirette. L’immaginazione interagisce con il sapere, ma un’opera può essere esclusivamente ideata da un’intuizione, dalla sensitività dell’individuo. E’ anche vero che spesso lo scrittore ha bisogno di approfondire un tema, un contesto storico, un ambiente. Questa volta, però, ci interessa l’interconnessione tra le ragioni della letteratura e quelle di ciò che definiamo l’uomo di cultura. L’impressione è che ci sia un’immobilità sempre più autoreferenziale, un egotismo schiacciante, una promozione del proprio operato che fa del narratore e del poeta un artigiano, un commerciante della sua libertà indifferente. L’esilio dell’intellettuale ha a che vedere con il diniego ad intervenire sul presente, sull’attualità, con il capire come si muove la società eterogenea, come cambia e che cosa chiede. Dietro l’immagine dello scrittore c’è un baratro di interessi. Ed è un errore. Chi scrive solo poesie e non guarda al di là del proprio ombelico ripiegando il capo, rinnega il dibattito sulla contemporaneità. Si esclude volontariamente da una funzione assegnata. Pier Vittorio Tondelli riteneva lo stesso giornalismo uno strumento critico e credeva nella contaminazione tra le varie forme comunicative. Leggeva i fenomeni specie giovanili, il fermento di un divenire, di un movimento di massa che componeva gradualmente i passaggi generazionali, la nuova civiltà. Non vogliamo alludere all’intellettuale dissidente, alla contestazione del sistema politico, ma ad una partecipazione teoretica che confluisca nell’interpretare, nel suggerire, nell’ipotizzare, perfino nel prevedere. Non si vuole tantomeno richiamare un’ideologia che ha segnato profondamente il mondo intellettuale italiano del dopoguerra con prese di posizione pregiudizievoli, che mancavano di un’obiettività di giudizio e che condizionavano pesantemente i giornali e l’editoria. Lo scrittore, nel 2018, è assente dalla vita del paese. Una volta, per dirla con Piero Gobetti, era un “chierico mediatore”. Nell’opinione pubblica odierna risulta un perfetto sconosciuto. Pochissimi commentano un evento democratico, una protesta. Nessuno spende parole sulle elezioni, sulla scuola, sulla sanità, sulla legge Fornero, sulle politiche geografiche che oppongono l’Occidente liberista e omologato ad un Oriente confuso dove le guerre di religione hanno una portata internazionale. Il “io so” di Pier Paolo Pasolini (perché era un intellettuale, uno scrittore che seguiva tutto ciò che succedeva, tutto ciò che non si sa o che si tace, che metteva insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro, che ristabiliva la logica là dove sembravano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero), è un atteggiamento superato, una disposizione arcaica. E’ venuto meno il corpo a corpo con i fatti, il confronto, il dialogo, il vaso comunicante come modalità espressiva dell’uomo con l’uomo. La stessa piattaforma virtuale, l’online, è uno svincolo al quale si può accedere immediatamente, per cui non è vero che gli spazi, per l’uomo di cultura, si siano ridotti. Sono moltiplicati e ne ben utilizzati permettono di far sentire la propria voce. Se tutto è ridotto ad una semplicità liquida, è anche perché l’intellettuale non vuole più esserci con determinazione. Una volta seminava dubbi, sosteneva Norberto Bobbio, specialmente nei luoghi della cultura: la scuola e l’università. Oggi, nella precarietà della formazione e dell’occupazione, nell’epoca della mediatizzazione, si nasconde. Manca la sua presenza che soppesi la coscienza delle relazioni, l’essenza della comunità.
Marcello Fois, su “L’Espresso” del 10 marzo, accerta che l’intellettuale rimane appartato e che ha perso. Sostiene che “la parola stessa, intellettuale, che noi tendiamo a confinare nella lista nebulosa dei termini a libero accesso come poeta, scrittore, pittore, attore, cantautore, politico, amministratore, direttore di salone del Libro, è invece assai poco accogliente. A differenza di quanto sostengono taluni, nessuna di queste funzioni è spaziosa e capiente. Per ognuna di esse occorre attitudine, studio, fatica, coraggio”. Certamente la provocazione di Fois contiene una verità ineludibile e conferma la necessità di recuperare terreno per “un’importantissima responsabilità”. Una responsabilità che dipende dal grado di resistenza, non dalla visibilità. Si può essere una minoranza, una marginalità, ma ciò non dipende da quanto si vende, da quanto si è celebrati, da quanto si condivisi. Vale ciò che si dice fuori dai contesti televisivi e radiofonici imperniati sulla spettacolarizzazione dei fenomeni, sulla scompostezza, sulla superficialità. La realtà è sfocata da notizie che si esauriscono in poche ore, da immagini in rapida composizione che escono dallo schermo con la stessa rapidità con la quale compaiono. Ma l’intellettuale, se ci fosse, potrebbe dire la sua nell’orizzontalità della comunicazione che soffoca l’umanesimo. La sua parola non dovrebbe rimanere solo romanzo o verso. L’ago del mondo è nella mancata poliedricità, nella rinuncia ad una dimensione universale, nel vuoto della fecondità dialettica. Sono i “destini generali” di Franco Fortini a non essere visibili. Alberto Moravia, appena giunto a Strasburgo, al Parlamento Europeo (1984), scrisse: “Consulto il libro dei trattati europei per cercare qualche cosa che riguardi il pericolo atomico. La minaccia ecologica è già in atto. La fine della terra è già cominciata”. E oggi? Chi parla ancora in nome di un Paese indifeso, maltrattato, uniformato? A Marcello Fois ha risposto Paolo Di Paolo, sempre su “L’Espresso”. Ribalta la sfiducia e “l’interminabile sconfitta” dell’intellettuale che sarebbe obbligato a partecipare. Appunto, obbligato. Ha ragione. Non ci si può permettere di tacere, ma è necessario creare ponti tra “isole di silenzio”. Di Paolo porta l’esempio dell’intellettuale Alessandro Leogrande, venuto a mancare lo scorso anno, che amava fare indagini, che concepiva il ruolo assegnato, come ci piace definirlo, nel temperamento. Leogrande ha analizzato i flussi migratori, le mafie, lo sfruttamento dei braccianti stranieri, il contrabbando, i movimenti di protesta. Si è esposto confezionando dei reportage narrativi che non tralasciavano la cronaca. Menziono il marchigiano Angelo Ferracuti, l’intenzione di avvalorare la cultura non partitica, ma non apolitica, come sostiene Di Paolo, che proietta lo sguardo sulla realtà, incarnandola. Nella mia terra è nato Paolo Volponi, che ha scritto grandi romanzi, ma non solo. Lo scrittore di Urbino evidenziò il contrasto “nelle strisce e sbavature delle alleanze politiche”, come è riferito nel bellissimo dialogo con Francesco Leonetti in Il leone e la volpe (1995). Ricorrono spesso aggettivi eloquenti di una convinzione, per chi divenne senatore del Pci da indipendente, nel 1983: il lavoro industriale, specie computerizzato (presago di un futuro imminente) risultava assurdo, imprendibile. Seguiva ad una fase storica costellata di privazioni, fratture, insensatezze, disagi. Volponi appare ancora oggi presente, con la fine del capitalismo e nell’impossibilità relazionale dell’uomo del capitale con l’uomo del sogno. Capì che le società modernizzate sono basate sull’esaltazione dell’individuo, sulla sua atomizzazione, che concepiscono solo riduttivamente un’etica edonistica e tecnologica, il successo individuale sulla natura e sugli altri uomini. Mancava allora come adesso un’idea di bene comune che riscattasse le tensioni sociali. La dicotomia dolcezza-furia, era il risvolto impossibile: conciliare l’uomo della macchina con l’uomo che sosta tra la natura folta dei boschi, che sa programmare uno sviluppo razionale in un asse improbabile con il “tempo del ramarro”, o di quella “antica moneta” scomparsa come un ferro vecchio. Franco Brevini, nel saggio Un cerino nel buio (2008) scrive: “Dietro la crisi dei saperi tradizionali sta l’imponente trasformazione storica, un processo che investe alle radici la società, il principio di autorità e le conseguenti istanze di espressione e di partecipazione del soggetto. La crisi delle humanae litterae è insomma il lento spegnersi di un solido, luminoso, mobile faro, che va progressivamente perdendo la sua millenaria capacità di illuminare l’uomo all’interno di una società in cui ogni generazione sperimenta un mutamento sempre più veloce e inarrestabile”. Eppure, in questa società, è solo un intervento impegnativo, costante, che può rompere l’argine. E’ disinnescando il silenzio che si recupera un pensiero progressivo a partire dalla lettura della rivoluzione politica, dalla sonora sconfitta della sinistra e dall’avanzata di un movimento e di un partito del nord che scende al centro e staziona per la prima volta anche nel meridione d’Italia. Accantonando fanatismo ed estremismo, ma uscendo dall’apatia della società spezzata non solo a livello istituzionale, ricostruendo un’argomentazione e una visione di cultura. Il 16 marzo si è celebrato il quarantennale della strage di via Fani, che culminerà con l’uccisione dello statista Aldo Moro, un intellettuale complesso, non solo un docente universitario di Procedura Penale e un esponente di punta della Democrazia Cristiana. Al Congresso nazionale del suo partito, il 29 giugno 1969, Moro si rivolse ai giovani e ai lavoratori, i primi a pretendere un ordine nuovo, una vita sociale che non soffocasse, ma offrisse liberi spazi, una prospettiva non conservatrice o meramente stabilizzatrice, la lievitazione di valori umani. Affermò: “Una tale società non può essere creata senza l’attiva presenza, in una posizione veramente influente, di coloro per i quali il passato è passato e che sono completamente aperti verso l’avvenire. La richiesta d’innovazione comporta naturalmente la richiesta di partecipazione. Essa è rivolta agli altri, ma anche e soprattutto a se stessi. Non è solo una rivendicazione, ma un dovere ed un’assunzione di responsabilità. L’immissione della linfa vitale dell’entusiasmo, dell’impegno, del rifiuto dell’esistente nella società, nei partiti, nello Stato è una necessità vitale, condizione dell’equilibrio”. Non sentirsi il mezzo, ma il fine, dunque. L’ìntellettuale ha bisogno di rischiarare l’orizzonte con una razionalità critica ridotta dalla secolarizzazione. Deve portare delle soluzioni che siano argomenti di conversazione non limitati alla politica letteraria in senso stretto, a discussioni per compartimenti stagni. Non più pigri destinatari di ciò che avviene nel mondo, ma protagonisti attivi a ragion veduta.

Alessandro Moscè

 

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