L’AZZURRA PROVINCIA

Racconto estivo

Spesso i poeti si chiedono se esista un luogo dell’anima, che non necessariamente corrisponde alla città o al borgo dove si è nati o dove si vive. Un luogo ameno, un altrove, un ambiente ideale, più fantastico che reale. Più probabilmente il luogo prediletto dell’anima è quello del ricordo, che spesso coincide con il sogno dell’infanzia e con la sua trasfigurazione, con i suoi cambiamenti nel tempo. Un luogo non solo personale, ma della comunità che meglio conosciamo e che meglio ci conosce.
Abito nella provincia di Ancona, a Fabriano, che è stata la capitale europea dell’elettrodomestico bianco con il reddito medio pro capite più alto d’Italia per tutti gli anni ottanta, nonché feudo di primissimo piano della Democrazia Cristiana. Le industrie Merloni, sorte in questo territorio, fino agli anni novanta contavano trentamila dipendenti nel mondo. Adesso Fabriano è una misera città, con all’incirca un terzo degli abitanti in età lavorativa disoccupati o inoccupati. La fase recessiva del modello industriale è iniziata nel 2008 e non si più arrestata. La densità di popolazione è scesa drasticamente e alcune multinazionali sono state cedute agli americani. Altre hanno chiuso i battenti per sempre. Le amministrazioni comunali si sono affannate alla ricerca di finanziamenti per potenziare i settori cultura e turismo, ma senza risultati apprezzabili.
Via Dante non segna solo l’ingresso principale da un quadrivio, ma anche la testimonianza di un periodo d’oro contrassegnato dal secondo boom economico che vide protagonista indiscusso Antonio Merloni, il maggiore terzista d’Europa e sindaco democristiano dal 1980 al 1995. Il secondo fratello, Francesco, è stato senatore e ministro dello scudo crociato e il terzo, Vittorio, presidente di Confindustria. Tre esponenti di spicco della grande industria italiana, come del resto il fondatore del grande impero, il padre Aristide, senatore della Democrazia Cristiana nell’epoca di Aldo Moro presidente del Consiglio e amico di Enrico Mattei, presidente dell’Eni, originario della vicina Matelica, che gli propose di produrre le bombole per gas. Fu l’inizio di un’impresa eroica.
L’enorme stabilimento di via Dante, scheletro di cemento e di plastica, come i parcheggi deserti davanti alla grande fabbrica, sotto la collina verdeggiante, è il segno tangibile dell’irreversibile crisi di produttività e di liquidità di un’azienda che nel 2023 non esiste più. Della struttura ormai dismessa che non si può considerare un patrimonio edilizio, che fare? Non un centro commerciale, non un polo logistico, non il motore di una nuova attività. L’impressione è che rimarrà un rudere nell’epoca post industriale e post capitalistica. In questo punto inizia una periferia depressa, privata di una base sociale e di un collante umano.
Siamo in piena estate e tira una brezza calda. Supero il cancello d’entrata della ex azienda e ho l’impressione che lo svincolo sia un casello autostradale, un’arteria di collegamento, il portale di una tangenziale. Nessuno nei dintorni. Se guardo verso l’ingresso di Fabriano, nella luce di taglio, il budello longitudinale della fabbrica è una cartolina di seconda mano, un rimasuglio del secolo scorso. Dietro, nel terreno appena rialzato, il casolare diroccato con più finestre in sequenza, senza vetri, sembra un retaggio di tardo Ottocento, una di quelle case di campagna dove vivevano più famiglie parentali. La rivoluzione industriale della provincia e il passaggio dalla civiltà agricola a quella produttiva e artigianale, si compiono nel fotogramma di una vecchia casa e di uno stabilimento manifatturiero che non serve più nemmeno da rimessa.
Due secoli racchiusi in uno scenario ora marginale: Fabriano è attraversata dalla SS76, dal collegamento est-ovest che unisce il mare Adriatico e la francescana Umbria. Il punto più grigio del sobborgo è abbandonato alla sua inutilità. Anche i macchinari sono stati venduti, per cui nel quartier generale della ex Antonio Merloni ogni ingranaggio è fermo, sospeso in un’immobilità spettrale. La crisi dello stesso mercato immobiliare aumenta il dislivello tra domanda e offerta, che purtroppo non si incrociano più: recuperare l’esistente diventa impossibile.
Costeggio lateralmente la linea ferroviaria tra i vari capannoni obsoleti, in rovina. Qui un tempo sorgevano carpenterie, magazzini e uffici. Il luogo di transito è diventato inefficiente, con le porte danneggiate e i vani in disuso, inservibili. E’ ben evidente una porzione di Fabriano completamente da rifare. Bisognerebbe intervenire con un’operazione di sgombero in una zona non abitativa, con un’attività di cernita, facchinaggio, raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti.
Ripensare Fabriano significa ripensare anche il centro storico, che colpisce per l’ampiezza della piazza del Comune, il fulcro civile e politico allungato nella sua forma triangolare e contornato da edifici. Si erge la fontana Sturinalto e contiguamente si allunga il loggiato San Francesco, risalente al Quattrocento con un porticato di arcate, mentre dalla parte opposta si trova il palazzo Vescovile. La torre civica, di matrice medievale, è stata riedificata insieme all’episcopio. E’ questo il luogo dominante della città, soggetto alle critiche e alle diatribe dei politici di ogni colore. C’è chi lamenta la scarsa manutenzione ordinaria, chi la disattenzione all’ornamento pubblico, chi la mancanza di animazione specie nei mesi estivi. Il corso della Repubblica si è progressivamente svuotato di residenti. La piazza non è più il centro economico e sacrale dove si organizzavano le processioni e i festeggiamenti della Democrazia Cristiana.
Due anziani siedono nelle panche di legno sotto il loggiato. Una signora cammina come in una tela di Edward Hopper, nel riquadro fotografico che imprime uno scenario impressionista. Le costruzioni risaltano nel silenzio straniante. Mi sposto sotto il voltone e sotto l’arco a sesto acuto di palazzo del Podestà. Le pitture di Ventura di Francesco, di cui rimangono una ruota della fortuna e una battaglia cavalleresca, accentuano il peso del passato nelle campiture scolorite e tutte da interpretare. Le luci dei negozi, taglienti, rendono una resa cromatica che di notte punta il selciato. Le insegne e i faretti sono l’unico conforto del corso.
Nonno Ernesto, negli anni settanta, alzava gli occhi sotto l’arco e li strizzava per vedere meglio nella distanza. “Tra un po’ spunterà un destriero con una gualdrappa imbottita”, diceva divertito. “Un cavallo da battaglia di pura razza, pronto per andare al galoppo”. “Una gualdrappa? Come è fatta, nonno? E dove si mette?”, chiedevo incuriosito.

Non resta che affidarmi al luogo del tempo perduto, quello del dormiveglia, lo stesso di Proust. Uno stato in cui la mente vigila e l’inconscio trasmette proiezioni visive sconnesse, rapidi mutamenti spazio-temporali, un’alternanza di persone che nulla hanno a che vedere tra loro, negli intervalli brevi in cui il sonno è leggero, inquieto. La rassegna degli episodi evidenzia un mondo sfasato, irragionevole, del tutto ingannevole. La vita vissuta è ricostruita con fotogrammi che non corrispondono alla realtà. La cinepresa interna commette errori e quello che accade rimane un alternarsi di imprevedibili apparizioni filmiche. I morti e i vivi comunicano, non si distinguono, entrano ed escono da una stazione per parlottare del più e del meno. Respiro un’aria antica passando tra le case di pietra di una bellezza austera, sui selciati che sembrano intarsiati. Il sole filtra dai tetti in posizione orizzontale, come una spada che colpisce angoli e muri impalliditi. Il silenzio è irreale, antico, tanto che i quartieri appaiono disabitati, con le persiane di legno chiuse, sverniciate. E’ un’ora di fumi dell’azzurra provincia che provengono da ciò che è rimasto del diaframma industriale della città. Si respira l’odore delle crostate dei forni, della polvere sul suolo sconnesso, dei portoni con i chiavistelli in ferro battuto.
Esiste una dimensione dove il presente e il passato si incontrano e si fondono davvero, nonostante la nostra volontà e nonostante la legge fisica non ammetterebbe mai un fenomeno del genere? Nel dormiveglia i morti scendono da non so dove, o risorgono dalle viscere della terra, mentre i vivi escono dalle loro abitazioni. Il tempo perduto è rappreso, torna una seconda volta in un’ora estranea, all’alba. La luce irrora l’esistenza depositata in un’altra estensione tra le brume del ricordo e dell’invenzione. E’ questo un artificio del nostro inconscio che sparisce quando ci svegliamo del tutto e ci stropicciamo gli occhi, quando ci accarezziamo i capelli e scendiamo dal letto dimenticando quel confine, quella soglia dove il tempo ci ha dato una prova di sé perdendo il suo peso, cedendo nel suo implacabile procedere. L’inconscio è forse l’altra riva del tempo, della memoria. Una sosta. Scriveva Marcel Proust: “Troviamo di tutto nella nostra memoria. E’ una specie di farmacia, di laboratorio chimico dove si mettono le mani a caso, ora su una droga calmante, ora su un veleno pericoloso”.
E allora, dove si nasconde questo passato che fa capolino, che ci attira e ci prende per il naso?

Niente vacanzieri e apertivi all’aperto, né colli dell’infinito tra torri e campanili, ma un rifugio per tutte le stagioni. I giardini Regina Margherita di Fabriano sono la carta assorbente della città. Sia perché rappresentano uno dei pochi polmoni verdi all’interno dell’area urbana, sia perché ai giardini si legano i ricordi di tutte le generazioni: le tre età, come nella rivisitazione al femminile dell’opera di Gustav Klimt.
Durante un’anonima mattinata di agosto i merli svolazzano e non trovano quiete. La loro frenesia anticipa un imminente acquazzone indicato dalle previsioni meteo. Il cielo è bluastro, più basso, e la luce solare si è dispersa nella caligine e nella brezza. I giardini sono anche una sorta di hortus conclusus di derivazione medievale, come nell’espressione del Cantico dei Cantici, custode dell’evasione giovanile. Nei punti cardinali di quando ero bambino, il lato a nord, come mi piaceva definirlo, costeggia i parcheggi nel quartiere del Piano. Da sempre, qui, ci sono le altalene e gli scivoli dove mi accompagnava nonno Ernesto. Questo versante rimane assegnato all’infanzia, dove al riparo del traffico urbano i piccoli fabrianesi hanno imparato a camminare, a correre, a pattinare, ad andare in bicicletta.
Alcuni alberi secolari sono stati transennati, potati e abbattuti, se secchi o pericolanti. Anche la vegetazione soffre l’età, il passare degli anni. Eppure l’olmo campestre rappresentava un amico muto, utile quando si giocava con il pallone perché segnava uno dei pali della porta per l’attaccante involato sulla fascia. O perché da quell’albero cadevano i verzellini dopo un violento temporale. Le epoche cambiano le abitudini: a maggio di quest’anno, ai giardini, sono stati immortalati i cinghiali che rovistavano dopo aver divelto i cestini dei rifiuti. Più volte gli equipaggi della squadra volante del commissariato, durante il controllo del territorio, hanno intercettato individui assuntori di sostanze stupefacenti. Un consigliere comunale di minoranza ha chiesto addirittura che venga bandito il fumo nelle aree verdi per salvaguardare la salute pubblica.
Il vialetto interno, durante le primavere degli anni settanta, era attraversato da un trenino dove i bambini salivano gioiosamente. Mi pare che fosse rosso e bianco. Gli spazzini erano vestiti con indumenti grigio topo, muniti di un carretto, e invitavano i cittadini a non lasciare le cartacce sparse dappertutto. Le foglie venivano inforcate dalle scope di bambù come quelle su cui, nei fumetti di Carl Barks per la Disney, volava la strega Amelia che voleva derubare Paperon de’ Paperoni.
Arrivo all’altezza della piscina, finalmente pulita, dove tra le panchine di marmo, nascoste sotto i fusti degli alberi, si apre una circonferenza che racchiude l’area degli amori adolescenziali, dei primi baci, delle coppie clandestine in età scolare. Ultimamente è stato anche lo spazio dell’ornamento con creazioni all’uncinetto e manufatti di filato che hanno rivestito i tronchi. D’estate, con il caldo torrido, gli studenti che preparano gli esami universitari vengono a ripassare nei pressi della piscina approfittando dei coni d’ombra proiettati dagli ippocastani. Arrivo all’altezza del Monumento ai Caduti dove ogni 25 aprile le forze dell’ordine e il sindaco depongono le corone di alloro. Mi hanno detto che per molti anni un ex partigiano lo spolverava tutte le sere. Si fermava a pregare, si inchinava.

Nel dormiveglia nonno Ernesto è lì, oltre la ringhiera verde che delimita i giardini, in un prato secco, bruciato dal sole, leggermente inclinato. In piedi, fuma la sua Muratti Ambassador e indossa un trench bianco. Mi ha fatto cenno di allontanarmi. Suda perché fa caldo, ma non toglie il soprabito. Ha il volto rotondo, rosso, lo sguardo accigliato. Non arriva nessuno e lo fisso da dentro la macchina che ho parcheggiato nel lato opposto del giardino. Sono sveglio, turbato. Il nonno è una statua di gesso, non si muove, ma c’è. Inconfondibile. Scorgo la camicia celestina e la giacca a quadretti marroni. Continua a sudare in una delle estati più calde degli ultimi anni. Era dal 1988 che non lo vedevo in carne ed ossa, e mi commuovo. Piango e asciugo le lacrime con un fazzoletto di carta che getto dal finestrino. Il volto rubicondo non è cambiato, come il segno di una cicatrice circolare sulla fronte che ho intravisto avvicinandomi prima di essere respinto.
Improvvisamente l’estate perde di intensità e il cielo si annuvola di macchie striate che minacciano la pioggia. La temperatura è autunnale. Sento le prime gocce che si stampano come medaglie sul selciato e riempiono il vetro della mia Renault rendendo invisibile la parte del giardino dove nonno Ernesto si sarà rifugiato sotto un albero rigoglioso di foglie. O avrà aperto un ombrello? Aziono il tergicristallo e lo vedo. Non fa una mossa. E’ bagnato fradicio e ha appena buttato a terra la sigaretta. Devo soccorrerlo, altrimenti rischia di prendersi una bronchite. No, non posso. Perché non se ne va da quel prato spelacchiato?
Il risveglio è sempre lo stesso. Mi lavo il viso velocemente e mi guardo allo specchio. Noto un’ombreggiatura scura, la disidratazione della pelle, le prime rughe sulla fronte. Mi ravvio i capelli biancastri che scendono sulle orecchie. Uso il pettine tre, quattro volte, soprattutto per sistemare la chioma sulla nuca. Non so se nonno Ernesto voglia dirmi qualcosa o il mio dormiveglia, adesso in poltrona, sia solo un caso che restituisce uno spezzone mai vissuto. Il nonno è prigioniero di sé stesso e nessuno lo avvicina. Visto di spalle sembra il poeta russo Andrej Andreevič Voznesenskij che parlava della scatola nera dell’anima che prima o poi sarebbe volata nella Via Lattea. Era un visionario, un surrealista che accusava di scarsa civiltà il suo popolo.
Il nonno compare intorno all’alba, quando la città non si è ancora svegliata e la notte emana gli ultimi bagliori dei lampioni sotto casa, ovali giallastri che dall’alto si riflettono sull’asfalto. E’ l’ora in cui si avverte il motore del veicolo per la raccolta dei rifiuti che procede nelle discariche fuori città prima dell’apertura degli uffici e dei negozi. Nonno Ernesto ha i capelli sistemati con la brillantina Linetti che si usava negli anni cinquanta. Lo spolverino è sempre lo stesso e scende fin sui pantaloni terminando all’altezza delle ginocchia. La sigaretta accesa e lo sguardo pensieroso lo rendono più imponente delle altre volte. Lo vedo con un cannocchiale adatto per le grandi distanze, perché un binocolo non basterebbe. Ha più o meno la stessa età di quando morì e sembra leggermente ingrassato. La camicia non è cambiata.
Proust la chiamava memoria involontaria. Ma se la realtà si forma soltanto nella memoria, perché il sogno la distorce? Nonno Ernesto continua ad essere enucleato. Nel giardino arso dalla vampa le foglie degli ippocastani più alti di Fabriano non si muovono. Nel luogo dell’anima nessun bambino che gioca, nessun pensionato che passeggia, nessuna badante romena che siede sulle panchine di marmo colorate dagli spray dei ragazzi che si promettono l’amore eterno.

Alessandro Moscè

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