E’ TORNATO ALBERTO BEVILACQUA

La critica italiana è asfittica, pigra, poco propensa a ricordare, a discernere, a selezionare, non solo a monitorare il presente. A sette anni dalla sua morte anche l’editoria, purtroppo, ha dimenticato Alberto Bevilacqua, autore che diede alle stampe autentici best seller (vinse lo Strega, il Campiello e il Bancarella), opere di pregio sia narrative che poetiche. Basterebbe citare Una città in amore (1970), Una scandalosa giovinezza (1978) e La polvere sull’erba (2000) per comporre un trittico straordinario attraverso il miracolo di una lingua romanzesca fluida e sensitiva. Ma Alberto Bevilacqua fu anche regista cinematografico del quale vanno menzionati almeno i film La Califfa (1970, con Ugo Tognazzi e Romy Schneider) e Questa specie d’amore (1972, sempre con Ugo Tognazzi e Jean Seberg) tratti solo in parte dai due splendidi romanzi, per porlo al vertice della produzione italiana del secondo Novecento italiano.
L’ho conosciuto e frequentato a lungo e mi ha messo al corrente di episodi, di vicende rapsodiche molto singolari. Mi parlava spesso di Romy Schneider, considerata una specie di divinità che provocava soggezione nelle masse, che edificava un simulacro. Alberto Bevilacqua aveva tenuto un diario sui giorni in cui girava La Califfa. Lei era un’attrice senza fanatismo, non del tutto consapevole della sua intensità. L’ha vista con il figlio David, che veniva a trovarla sul set, a Roma e a Spoleto. Romy Schneider era affranta dalla fine del rapporto d’amore con Alain Delon. Si perdeva nei greti del Po, contro i muri delle case abbattute.
La mia biografia di stampo saggistico, Alberto Bevilacqua. Materna parola (Il Rio Edizioni 2020), non vuole omaggiare l’uomo, ma riportare alla luce un’inesauribile stagione creativa che ha attraversato mezzo secolo fino ai primi scorci del terzo millennio. Alberto Bevilacqua studiò al Liceo Romagnosi di Parma e nell’università cittadina conseguì la laurea in Giurisprudenza. Al liceo Attilio Bertolucci fu insegnante di Storia dell’Arte e per primo lesse i suoi versi. Le prime poesie furono pubblicate sul “Raccoglitore”, la pagina culturale della “Gazzetta di Parma”, in cui il giovane autore fu redattore con Mario Colombi Guidotti (narratore molto amato e che morì tragicamente in un incidente d’auto ad appena 33 anni) e Francesco Squarcia. La vita culturale di Parma era ricca, con la presenza, tra gli altri, di Pietrino Bianchi, scrittore e critico cinematografico. Nel 1958 Bevilacqua pubblicò dei brani narrativi su “Paragone”, dove scrivevano anche Testori, Orelli e Mastrocinque (si trattava di gustosi ritratti in miniatura), e su “Botteghe Oscure” tramite l’intercessione dello stesso Bertolucci, che incontrava nella sua casa di Baccanelli, in campagna, oppure in piazza o ai tram dove lo accompagnava (Bertolucci era solito ascoltare i giovinetti che lo andavano a trovare con le loro prime poesie in mano). Bevilacqua leggeva assiduamente i poeti francesi e inglesi.
Arrivò a Roma, per la prima volta, nel 1957 e alloggiò in una pensione di via Valadier, frequentata specie da coppie clandestine. Nel 1957 iniziò la collaborazione con “La Fiera Letteraria” diretta da Vincenzo Cardarelli, fino al 1976. Dedicò dei ritratti a Caproni, Squarcia, Fenoglio, Patti, Delfini, D’Arzo. La mattina lavorava nell’ufficio di stampa della casa di produzione cinematografica di De Laurentiis, dove dopo qualche tempo intraprese l’attività di soggettista. Nel 1960 entrò al “Messaggero” dove rimase fino al 1966 alla cronaca nera. Nello stesso anno passò al “Corriere della Sera” dove si occupò prevalentemente di critica di costume.
Il suo quartiere a Roma dove viveva, Vigna Clara, è un piccolo paese, in cui quattro passi bastano alle cerimonie mattutine: comprare i giornali e bere il primo caffè. Gli occhi cadono a strapiombo, di sotto, e i volatili fanno sosta in uno dei punti più alti di Roma (ne scrisse in Lettera alla madre sulla felicità nel 1995). Ma in tanti anni, dalla capitale, è stato soprattutto lo scenario del fiume Po ad intensificare la sua vena, i sensi decifrabili, le domande ultime, gli aspetti relazionali con gli amici, il paesaggio, Parma intravista nelle “ore sospese a mezz’aria” e i tormentati affetti familiari (sin da L’amicizia perduta, primo libro in versi pubblicato nel 1961, a cui seguirono le bellissime raccolte L’indignazione del 1973 e La crudeltà del 1975. Di spessore non comune anche Piccole questioni di eternità del 2002 e Legame di sangue del 2003). Una poesia ingiustamente trascurata da molti critici specie accademici, che ha ottenuto, di volta in volta, il plauso di Umberto Saba, Attilio Bertolucci, Pier Paolo Pasolini, Salvatore Quasimodo, Aldo Palazzeschi, Carlo Salinari, Jorge Luis Borges, Eugène Ionesco, Giorgio Caproni, Carlo Bo, Walter Pedullà, Franco Brevini, Giovanni Testori, Giovanni Tesio, Dario Fo. Proprio la stesura dei versi è stata la prima attività creativa di Alberto Bevilacqua, a partire dai componimenti scritti per la madre da ragazzino. La sua vocazione era rivolta principalmente al ricordo, specie se intrecciava la storia personale, durante e dopo la seconda guerra mondiale, con la grande storia: l’Italia della provincia, delle famiglie, del disagio sociale, dei rapporti d’amore, ma anche l’aspetto pubblico, segnato da vicende note, meno note o sconosciute. Si pensi al Triangolo Rosso, alle famigerate guerriglie che nacquero dopo il 1945 e che si protrassero a lungo nel Paese, specie lungo il Delta del Po, dove ex partigiani ed ex repubblichini continuavano a spararsi a bruciapelo con odio e rancore. A volte si sparava senza sapere neppure chi venisse giustiziato dentro un cascinale o lungo l’argine del fiume. Fu questa storia sotterranea, accertata in prima persona durante le scorribande in bicicletta da ragazzo, che gli costò la censura fino al 2000, anno di edizione della narrazione La polvere sull’erba, la cui prova autoriale fu in parte pubblicata da Leonardo Sciascia nel 1955. Ma si pensi anche allo scontro in campo aperto, nel 1922, di Guido Picelli, il rivoltoso contro le squadre fasciste che furono sorprendentemente respinte. La vigoria dell’animatore della rivolta parmense contro le milizie nere, rimane tra le pagine migliori di Bevilacqua, che ne scrisse più volte (specie in Una città in amore nel 1966).
Molti non sanno che Bevilacqua si è dedicato, sin da giovane, anche a studi di astrofisica, parallelamente all’attività letteraria, intensissima nei primi anni romani. La stessa astronomia fece parte del suo bagaglio culturale, come la medianità e l’esoterismo. I circoli alchemici, del resto, influenzarono Dante e Petrarca proprio nell’Emilia. Anche a Parma, dove ci sono le case in cui Dante e Petrarca andavano ad incontrare i medium, si praticavano dei riti. Nel Parmigianino si possono leggere simboli che Bevilacqua ha ritrovato nei frequenti viaggi in Tibet. Il fiume Po ha conservato nei secoli un’atmosfera orientale, un senso vagamente esoterico che non sempre può essere razionalizzato. Bevilacqua credeva nella forza del pensiero come ad un dono difensivo coltivato e preservato. Il ritorno a Parma e al fiume Po è continuo.
Parma è divisa in due parti separate da un torrente: la parte aristocratica, oggi dei titolari delle imprese e di capitali economici, ma in netto declino, e quella dove nacque, l’Oltretorrente, di estrazione anarchica. Le ragazze vestivano con i costumi che galleggiavano negli azzurri, negli ori, sulle tuniche dove era ricamato l’emblema delle Antiche Venezie. La madre era dell’Oltretorrente, come Amelia Bacchini, la nonna che la sera usciva con una gatta sottobraccio. Parlava con il marito morto che veniva a trovarla. Aveva una pietà fraterna e introdusse lo scrittore nel mondo della sensitività, della percezione paranormale che in realtà possediamo tutti. L’Amelia Bacchini diceva di essere una quercia immortale e che nessuno sarebbe riuscito a disamorarla della vita. Si batteva per le sue idee anarchiche e cristiane. La madre di Alberto Bevilacqua, invece, era malata di quella nevrosi della ragione che vuole ordinare tutto: struggenti i romanzi Tu che mi ascolti (2004) e Lui che ti tradiva (2006) dedicati a Giuseppina detta Lisetta: una vera e propria ossessione, tanto da trasfigurarla più di ogni altro personaggio, da farne una donna sacra, simbolo insostituibile di eccellenza.
Alberto Bevilacqua è stato uno scrittore mitopoietico, esistenziale, con la vena a ricreare un realismo magico inteso come rivelazione e culto (non dissimile dalle intenzioni dei latinoamericani). Realismo magico che è archetipo costante sia della narrativa che della poesia, in un topos dei luoghi di senso e di sentimento (Parma e Roma). Esempio probante della scrittura in forma vitale, composta da una mappa del mondo geografica e metafisica, perfino epica, condensata in tempi remoti da una costellazione personale di immagini e visioni del tutto privi di echi sperimentali e avanguardistici.

Alessandro Moscè

 

 

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