L’ASPRA DOLCEZZA DI GIORGIO MONTEFOSCHI

Giorgio Montefoschi, che vinse il Premio Strega nel 1994 con La casa del padre, è un narratore dall’umore moraviano perché è la società borghese, romana, ad interessarlo nella specularità dei suoi ambienti. Non si può affatto considerare, però, un epigono dell’autore del celebre romanzo Gli indifferenti. La genesi dei libri di Montefoschi, in particolare l’ultimo, Desiderio (La nave di Teseo 2020), si fonda sul mistero e sull’oscurità dell’eros, della carnalità, sull’imprevedibilità cupa dell’amore e dei rapporti privati, non solo sociali, sulle inutili incomprensioni e sui ciechi individualismi generazionali e familiari. Nel 1962, Matteo (aspirante giornalista che studia Lettere) e la bella Livia, che sogna l’Inghilterra e di vivere a Londra, si frequentano nel casale di lei, tra gli amici universitari, in un contesto festoso, fuori città, fra l’Appia e l’Ardeatina, dove il grano è alto, mosso dal vento e gli aerei si alzano in volo da Ciampino o virano dai Colli Albani verso Ostia prima di atterrare. Montefoschi scrive pagine di dialoghi intimi, molto ritmati, come preparasse la sceneggiatura di un film, intervallate da splendide, epigrammatiche descrizioni di luoghi in cui emergono le luci tremolanti dei Castelli, quelle grigie di via Poma e di viale Mazzini, i riflessi provenienti dal circolo Canottieri Lazio. Cita gli oleandri bianchi e rosa di via Buozzi, le facciate crema e ocra delle palazzine dei Parioli, il profumo dei tigli di via Brofferio, i vialetti bordati di siepi dell’università. La toponomastica di Roma porta in dote la consapevolezza del vivere il destino dell’uomo in un confine preciso, in un nucleo compatto che bolle di strade e abitazioni, di interni di case, di stanze da letto, cucine e bagni. Matteo e Livia amoreggiano senza impegno, ma lui si innamora della ragazza avvicinandola la prima volta “fino a raccogliere il respiro corto che sotto la camicetta le sollevava il seno”. Un bacio, un altro ancora, quindi un appuntamento alla Fontana dei Cavalli Marini nei pressi della Galleria Borghese. Roma si distende nel passo dei due giovani estranei a loro stessi in una domenica qualunque di luglio. Livia sarà sempre sfuggente, volubile, perfino un po’ crudele. I due si rivedranno dopo vent’anni: Matteo è sposato con Anna e Livia è in cerca di una nuova identità dopo tanto girovagare. Roma rimane sempre il fulcro della relazione indolente che ricomincia a strappi. Livia, a quarantatré anni, ha ancora fascino. “Agli angoli degli occhi, due minuscole rughe si perdevano poco sopra gli zigomi, nelle tempie lisce, libere dai capelli tirati all’indietro; le pupille dilatate si confondevano nelle iridi nere di velluto”. Matteo non smette di amare e il tempo che passa inesorabilmente non cancella alcunché. Il sentimento vibra immutato, traballante nella sua sordità e il desiderio non muore. L’aspra dolcezza dell’arrivederci allude ad un nuovo abbandono nella speranza di un possibile ritorno nella ciclicità di fughe e inseguimenti. Roma si affaccia nella tramontana, davanti agli hotel, ai musei, ai giardini, in via Veneto, sul piazzale del Quirinale, ovunque. Lo spazio è sublime e terribile, perché Montefoschi lo chiude nel crocevia di un’esperienza fallimentare, con l’intermezzo della malattia di Mario, sodale di Matteo sin dai tempi della maturità, strappato crudelmente al presente, pietra tombale e preludio di un periodo di rancore e di sofferenza che si incastra in una trepida grazia, in un dramma personale come tanti, dal sapore aspro della resa che piega anima e corpo. Nel frattempo sono passati quarant’anni.

Alessandro Moscè

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