MARADONA: UN GENIO NATO POVERO

Ricordo che al “Much More”, la discoteca di Matelica nell’entroterra marchigiano, cittadina del Verdicchio e di Enrico Mattei, negli anni Ottanta la domenica pomeriggio si ballava gratuitamente. Avevo 18 anni ed ero uno dei tanti ragazzi imberbi che affollavano quelle sale dove andava di moda la musica underground dei Depeche Mode, dei Simple Minds, dei Cure. Alle 18.30 il sound noir si fermava perché la gente si posizionasse davanti ai televisori che piovevano dall’alto delle colonne argentate. C’era “Novantesimo Minuto” e Paolo Valenti dava la parola a Luigi Necco, che da Napoli faceva vedere le mirabilie di Diego Armando Maradona. Poi arrivava Cesare Castellotti da Torino per la partita della Juventus. La rivalità tra le roi, le prince régent Michel Platini, e il “divino scorfano”, come Gianni Brera aveva ribattezzato Maradona, si tagliava a fette. Ho visto giocare il pide de oro. Ho visto anche Platini, Falcao, Zico. Nei filmati d’epoca Di Stefano, Pelé, Cruijff. Oggi Ronaldo e Messi. Chi è stato il migliore? Chi è superiore agli altri, anche se calati in epoche diverse? Dicevano che Platini non si sporcasse il culo, che giocasse da fermo. Aveva un’eleganza sorniona, un tocco di palla appena percettibile, come di chi alza un bicchiere. Zico specialista delle punizioni a foglia morta, Falcao uno fine, a testa alta. Pelé sembrava una farfalla, leggero, vaporoso. Nessuno sa ancora se fosse stato destro o sinistro. Di Stefano giocava per divertimento e serviva l’assist perfetto, Cruijff era a tutto campo come una gazzella con tre cuori. Oggi il calcio è un’altra cosa. Ronaldo e Messi sono stati costruiti in laboratorio al pari dei culturisti. Non ho dubbi nel dire che Diego Armando, possente e brevilineo, sia stato il genio una spanna al di sopra degli altri. Partiamo da lontano. Nel 1960 il padre si faceva in quattro per sfamare la famiglia. Era un combattente nato nel Corrientes, dove fu barcaiolo. Lavorò in un’azienda di macinazione dalle quattro del mattino fino alle tre del pomeriggio. Erano tempi difficili, con ben otto figli. Ha dichiarato Diego Armando Maradona: “Quando ero piccolo mi piaceva dormire appoggiando la testa sulla pancia del mio vecchio per ascoltare il suo ton, ton, ton”. Si è tatuato una rosa sulla spalla con la scritta “Tota ti amo”, a testimonianza del sentimento che lo univa alla madre, che all’ora dei pasti fingeva di soffrire di crampi allo stomaco perché il cibo non bastava mai.  Maradona, negli anni Ottanta, la domenica pomeriggio, soffriva: quando lo inquadravano aveva il volto contratto, sudato, spossato. Gli occhi gonfi, cupi. Cercava l’uno contro uno come nel pugilato e nel rugby. Il dribbling fungeva da cornice, ma il quadro non era il goal, nemmeno il passaggio o l’esecuzione tecnica. Era l’essere da solo contro gli avversari, tutti: undici nemici che si avvicinavano con la scure in pugno. Lui era solo perché gli altri lo sbranassero, lo insultassero, lo intimorissero con ogni mezzo. Lo hanno abbattuto, gli hanno spezzato tibia e perone, ma Maradona si è rialzato. Mai sorridente, ma dolente, tormentato, martire. Nessun altro lo è stato. Maradona arricchiva gli altri della sua dote, del piede sinistro dal quale usciva la palla e di una velocità di gambe impressionante che gli permetteva il cambio di passo. Se il Napoli non girava si caricava la squadra sulle spalle. Enea in fuga sorreggeva Anchise: una figura mitologica, l’eroe di Troia trasferito in una specie di rinascimento tra riva, baia, Vesuvio e San Paolo, lo stadio del riscatto dei poveri dei Quartieri Spagnoli e dei vicoli con i panni stesi da un muro sverniciato all’altro. Se negli spogliatoi emergeva tensione, il carisma di Maradona dava immediata sicurezza alla squadra: si metteva a palleggiare con un’arancia e i compagni applaudivano a ritmo seduti sulle panche. Diego Armando è nato povero e ha scelto una città povera che amava incondizionatamente il suo scugnizzo identificandosi nella sua provenienza, come in quei quartieri descritti da Matilde Serao o nelle Quattro Giornate di Napoli, nella rivolta popolare. Maradona soffriva perché non era nato felice, e a differenza di Platini il culo se lo sporcava, lo aveva interrato nei pantaloncini. La sua maglia risultava spesso scucita da chi gli si attaccava come un parassita per non farlo sfuggire nello scatto breve e lungo. La sua non era la fuga per la vittoria, ma la fuga dalla miseria. Platini vestiva i panni del Marchese sardonico a Torino, mentre Napoli aveva trovato il suo Masaniello e lo osannava, lo opprimeva di un eccesso d’amore. Non poteva uscire di casa, lo avrebbero sommerso. Per questo lo faceva solo di notte, camuffato. Maradona è nato a Lanus, in un sobborgo di Buenos Aires. Da bambino giocava nella sabbia, tra i diseredati e i mestieranti. Nel prato verde, a Napoli, la palla era un prolungamento del suo piede, una formazione naturale come un nervo, un muscolo tutto suo. Il “Muche More” si fermava per la carrellata dei collegamenti: non tutti erano concordi nel ritenere il riccioluto argentino al vertice assoluto del calcio mondiale, ma quando segnò da centrocampo qualcuno si ricredette. Quel tiro liftato neanche una mano esperta sarebbe riuscito a farlo, figurarsi un piede che segnò una traiettoria beffarda fin sotto la traversa di un portiere esterrefatto finito ridicolmente dentro la rete. Maradona non rideva, dicevamo, ma soffriva. Era sul patibolo, con i nervi scoperti. Leale e apprensivo come i poveri. Quando ha smesso di giocare la cocaina lo ha devastato. Oggi vive da reduce facendo comparse qua e là, tra Dubai e l’Argentina, dopo essersi operato allo stomaco per un bypass gastrico che gli ha consentito di sconfiggere l’obesità. Una volta ha detto: “È fantastico ripercorrere il passato quando vieni da molto in basso e sai che tutto quel che sei stato, che sei e che sarai, non è altro che lotta”.

Alessandro Moscè

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