da www.gliscrittoridellaportaaccanto.com, 30 giugno 2016
Oggi il nostro caffè letterario è ben lieto di presentarvi una persona che ha fatto della letteratura e della scrittura la sua attività principale: Alessandro Moscè.
Di te è noto che sei nato nel 1969 a Fabriano, nelle Marche, dove tuttora vivi, e che sei laureato in Giurisprudenza. C’è qualcosa che vorresti aggiungere della tua biografia non letteraria?
“L’avvocato e lo scrittore fanno lo stessa cosa”, diceva Giorgio Saviane, l’autore di Eutanasia di un amore che esercitava entrambi i mestieri. Sono avvocato e la professione mi ha aiutato a capire l’uomo e le sue dinamiche sia singole che collettive all’interno della sfera dei sentimenti e nella società, nel privato e nel pubblico. In fondo sono questi i punti cardine dell’indagine anche del letterato. La mia biografia assomiglia a quella di molti altri italiani nati e cresciuti in una provincia stanziale, che hanno assorbito il suo carattere antropologico e una ricreazione mitologica ma alienante, come lo è qualunque area geografica marginale, periferica.
Nel tuo libro di critica Galleria del millennio (Raffaelli 2016) risulta che hai intervistato Alda Merini, Dacia Maraini e Pupi Avati. Mi sapresti riportare una caratteristica temperamentale che hai colto dalle loro risposte?
Alda Merini aveva sprazzi di lucidità che traduceva in frasi acutissime. Guardava in alto, a Dio, ma spesso si assentava, delirava, dicendo frasi sconnesse, insensate, quando stava male. Dacia Maraini è una donna garbata, gentile, passionale. E’ un piacere starla a sentire specie quando ricorda Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini, i loro viaggi in India, nello Yemen, a Cuba. Pupi Avati è un raccontatore orale. A Roma conserva una parete con almeno cento piccole fotografie di tutte le persone care ormai scomparse. La chiama la Via degli Angeli, dove abitava sua madre. Le foto, purtroppo, sono destinate ad aumentare.
Sei giornalista, critico letterario, scrittore. Dunque, ami leggere e scrivere. Quando e come hai scoperto che doveva essere questa la tua strada?
Scrivere non è una passione, ma una costrizione. Si scrive in uno stato di necessità. Credo molto in ciò che intuiva Moravia, e cioè che la scrittura abbia una funzione conoscitiva: “Si scrive per capire ciò che si scrive”. A dodici anni ero già alle prese con poesie e racconti. Narravo a me stesso, a voce alta, e trascrivevo, cambiando sempre il finale. Non avrei mai rinunciato a scrivere e lo facevo anche durante la preparazione degli esami universitari di Giurisprudenza. Oggi la letteratura è diventata un impegno militante.
Tra il leggere e lo scrivere, cosa metteresti in primo piano? Cosa ti dà l’uno e cosa l’altro?
Per scrivere bene bisogna leggere molto e scrivere poco. In realtà scrivo molto e leggo molto. Mi arrivano sei, sette pacchi alla settimana di libri. Alcuni li regalo, altri li tengo, li sottolineo. Non avrei materialmente il tempo per prestare attenzione a chiunque. Leggo solo a letto e scrivo dopo l’alba, raramente la sera. Leggere mi suggestiona piacevolmente, mi fa entrare in contatto con un mondo che non conosco, ma che presagisco. E’ un transfert. Scrivere è invece una catarsi, una liberazione. Si scrive per tanti motivi, anche per amore e per combattimento: è questo lo slogan adottato nel mio sito internet (www.alessandromosce.com). Lo scrittore è il difensore dell’uomo, della prostituta, del diseredato, del folle. Non dimentichiamo che il padre del modernismo, Charles Baudelaire, non ha scritto i fiori del bene, ma Les fleurs du mal. Ad un certo punto del mio romanzo annoto: “Voleva fare lo scrittore perché si era ammalato, perché invece di giocare a calcio o a pallacanestro stava in un letto d’ospedale e respirava l’odore della malattia”.
Collabori su varie riviste letterarie. Hai anche ideato il periodico “Prospettiva”. Ci spieghi da cosa è stata motivata questa iniziativa? A quale pubblico è rivolta e, nel caso, a chi vorresti fosse allargata?
“Prospettiva” è un periodico abbinato ad un settimanale locale, ma ha qualità e nulla da invidiare ad inserti di giornali ben più quotati e di grande tiratura. La motivazione è nata dall’idea di portare il mondo nella piccola provincia. Recensiamo grandi narratori, poeti per lo più italiani, contemporanei, mostre d’arte. Sono coadiuvato da firme di valore.
La tua poliedricità di genere, a mio avviso, risponde a una personalità multisfaccettata che ha bisogno di varie forme per essere espressa. Avvalori questa mia interpretazione? E, nel caso, ci sveleresti le tue principali componenti caratteriali?
Forse è vero: non so scindere le tre vie della letteratura: critica, narrativa e poesia. E’ sempre stato così, ma le mie componenti caratteriali non hanno a che fare con la letteratura multidisciplinare, almeno come intenzione. Sono soprattutto un ansioso e un malinconico per il retaggio di un’adolescenza sofferta. Sono anche un curioso e un provocatore. Le vite degli altri offrono molto materiale per scrivere. La capacità di mettere a nudo l’interlocutore può trasformare un individuo qualunque nel personaggio prediletto di un romanzo, dunque perfino in un apprendimento. La componente caratteriale alla quale uno scrittore non può sfuggire è senz’altro l’immedesimazione, altrimenti non creerebbe i suoi protagonisti dal nulla. Bisogna infilarsi nella pelle di un altro per farlo parlare, per far compiere un gesto ad un infante, ad un anziano.
Tra i generi in cui ti sei cimentato, quale ti appartiene di più?
Non saprei dirlo. Ho iniziato con la poesia e con la poesia ho continuato. Ma so scrivere romanzi che nascono dalla cognizione degli archetipi: nascita, amore, dolore, abbandono, perdita, morte. Sono gli stessi temi che circolano nei libri degli altri. Respingo del tutto una tendenza ideologica e avanguardista. Sono per la letteratura dell’esperienza, non programmatica, non costruita a tavolino. Il gergo è prassi, la parola è verità.
Il romanzo Il talento della malattia (Avagliano 2012) è autobiografico. Parla di come hai vissuto un periodo difficile della tua vita e in che modo lo hai superato. In realtà, si riesce veramente a superare una prova complessa come la malattia? Quanto credi possa avere inciso nella tua formazione?
Una malattia infantile non si supera mai del tutto. Si rimane convalescenti a vita. L’ho capito dopo aver letto la biografia di Alberto Moravia, molto simile alla mia. La malattia consente di sviluppare sensibilità, sensitività, capacità di introspezione rivelatrice, intuito espresso come illuminazione, come piccolo potere. In un certo senso essere guariti da un sarcoma, negli anni Ottanta altamente mortale, è un dono.
Sta uscendo in questi giorni il romanzo L’età bianca. Di cosa tratta?
E’ un romanzo autobiografico, una novel non fiction, che con Il talento della malattia compone un dittico. Dopo trent’anni instauro una complicità sentimentale che prende il sopravvento. Torno nell’ospedale dove da bambino ho rischiato di morire, come fosse una resa dei conti con il destino. Se ne Il talento della malattia raccontavo la guarigione dal sarcoma di Ewing anche grazie all’amore per il calcio, qui subentrano la seduzione dell’adolescenza e suoi tormenti, la reticenza nel donarsi, il timore di mettersi a nudo, la forza della scrittura e la conoscenza di grandi poeti contemporanei come Mario Luzi, nella memorabile cena in un ristorante di Senigallia. Allo stesso tempo percorro l’Italia degli anni Ottanta e Novanta, in cui è possibile riconoscersi.
Ci spieghi il significato del titolo?
L’età bianca è un’età pura, incontaminata, trasparente. Un’età senza compromessi e falsità. Qualcosa che possiedono gli adolescenti e i sognatori. Nel romanzo è incarnata da Elena, la ragazza nel frattempo diventata donna e che rappresenta un punto di rottura con il conformismo di maniera e con la ritualità di un matrimonio standard. L’età bianca è anche un’acquisizione consapevole, il ritorno al senso di scoperta originaria che sanno vivere i ragazzi. E’ la spinta della prima volta. Può succedere che un uomo e una donna siano tentati di rivivere la loro adolescenza quasi fosse una parabola, una favola adulta.
La copertina l’hai scelta tu? Cosa rappresenta?
La copertina non l’ho scelta io, ma la casa editrice Avagliano, con la quale avevo pubblicato anche Il talento della malattia, giunto alla terza edizione e che ha avuto notevoli riscontri di critica. Le gambe sono di Elena, la co-protagonista del romanzo, una donna dalla forza morale e che sa cedere alla tentazione ironicamente. Fino a che l’incontro assume dapprima un tono epistolare, poi un risvolto erotico, carnale.
A quale target di pubblico presumi sia indirizzato il tuo libro?
Non ho mai pensato ad un target, scrivo quello che sento, inseguendo un’ossessione, un mondo che mi attraversa emotivamente. Lo scrittore è un rabdomante dei fatti che vive, sui quali investe. In questo caso l’amore ha un tono poetico diffuso, perché è tenero, ma simbolico.
L’età bianca racchiude qualche messaggio che vorresti trasmettere, oppure preferisci lasciare a ogni lettore il compito di trarre il suo?
Non credo ai messaggi di un romanzo, ma alla sua evocazione. L’immagine della memoria è molto forte all’insegna della gioventù e dei suoi idoli. Si può leggere anche come una riappropriazione del tempo e come una sfida al presentismo e all’egostismo del terzo millennio. Tornano, in parallelo alla figura di Elena, le partite in bianco e nero, Giorgio Chinaglia, il centravanti della Lazio campione d’Italia nel 1974, una specie di riapparizione dopo la morte. Quindi l’ambientazione nelle città di Fabriano e Roma, l’una il rovesciamento dell’altra per abitudini e costumi. La grande capitale che non tramonta mai e il luogo simbolo del capitalismo italiano nato dall’intuizione di un grande mecenate. Ma nell’epoca della globalizzazione il miracolo economico si spegne miseramente da un anno all’altro.
Incuriosisci i nostri lettori raccontandoci, in sintesi, i punti di forza del tuo libro.
L’amore e la morte, o meglio l’eros e la morte. Perché il vero antidoto allo spettro della morte e alla finitudine umana, non è la nascita, ma l’eros, un polo di condivisione di un’unità perduta, una connotazione intimistica dei due sessi. Basti pensare che Eros, nella tradizione, aiuta l’uomo a ricongiungersi al bene. E’ bellezza del corpo, ma anche bellezza del sapere.
Se ora ti chiedo di farti una domanda che nessuno ti ha rivolto, quale sarebbe? Naturalmente, attendiamo anche la risposta.
Se non fossi stato uno scrittore, chi avresti voluto essere? Un calciatore. Il gesto dell’atleta è un atto di per sé poetico. Implica grazia, stile, perfezione. Il centrocampista è un prosatore, detta le regole del gioco, il passaggio, cuce l’azione, ma l’attaccante è un poeta. Il poeta è sempre colui che fa goal, insegnava Pasolini. Il calcio è una passione nata prima della letteratura. Sono laziale dai tempi di Giorgio Chinaglia. Lui è una divinità, come disse un grande giornalista il giorno della sua morte improvvisa avvenuta in Florida l’1 aprile 2012.
Ornella Nalon