QUELLA DOMENICA DI RITORNO DA ASCOLI

“Se hai un’ossessione, coltivala”. Non ricordo quale scrittore lo disse, ma potrei sottoscrivere la frase con il sangue. I lettori sanno che la mia infanzia è stata legata indissolubilmente alle alterne fortune di una squadra di calcio che mi ha consentito di sviluppare la memoria rintracciabile di domenica in domenica. La storia della Lazio del primo scudetto (1973-’74) suscita un interesse crescente dopo più di quarant’anni (non solo tra gli appassionati). Li hanno definiti folli, disadattati, maneschi, fascisti. Hanno fatto letteratura come forse solo il Torino di Valentino Mazzola, quello della strage di Superga del 1949. Sparavano alle lampadine degli alberghi facendo inferocire i proprietari e in mezzo alle gambe dei massaggiatori atterriti. Qualcuno volava con il paracadute senza averne il permesso. Eppure hanno scritto una delle pagine più belle del calcio italiano di tutti i tempi, tanto da attirare le attenzioni del figlio del Presidente delle Repubblica Giovanni Leone, che spesso, il giovedì pomeriggio, si allenava con quegli scalmanati. La Lazio di Tommaso Maestrelli, l’allenatore buono, vinse il campionato e due anni prima era in serie B. Fu anche, soprattutto, la Lazio di Giorgio Chinaglia e Giuseppe Wilson, un combinato disposto, compatibile. L’uno un ragazzone bizzoso, figlio di emigranti che aveva iniziato a giocare in Galles dove gli italiani venivano definiti con disprezzo i “camerieri”. L’altro colto e raffinato, il primo calciatore laureato ancora in attività. Suo padre era stato un ufficiale inglese durante il secondo conflitto mondiale e aveva sposato una napoletana. Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico. Si dichiaravano ufficialmente dalla parte di Giorgio Almirante, ma anche Enrico Berlinguer, segretario del Pci, aveva simpatie per la Lazio, e non le nascondeva. “Eravamo convinti che potessimo fare quello che volevamo, sempre e dappertutto”, mi ha detto Wilson in una recente intervista che ho pubblicato sulla rivista “Lazialità”. Proprio a Napoli Chinaglia e Wilson si erano conosciuti giocando nella seconda squadra partenopea, l’Internapoli. Siccome una volta approdati alla Lazio su indicazione del mago argentino Juan Carlos Lorenzo non sopportavano chi parlasse lombardo, l’allenatore aveva diviso lo spogliatoio in due. Di qua i chinagliani, di là Martini, Re Cecconi e altri. Durante le partitelle infrasettimanali volavano spintoni, schiaffi, calci e qualche fondo di bottiglia. Se Chinaglia non segnava si giocava fino a notte fonda. Ma la domenica quel mucchio selvaggio era un blocco unico, granitico. Sono morti quasi tutti, qualcuno addirittura per sbaglio (a Re Cecconi spararono dentro una gioielleria dopo che aveva inscenato, si è detto, una falsa rapina). Sembrava uno scherzo, il 1° aprile del 2012, anche la notizia che se ne era andato Long John Chinaglia (dall’etichetta del whisky che preferiva), residente nella lontana Florida. Ma come fece quella squadra a vincere il campionato contro ogni aspettativa, ogni previsione e ogni logica? Il segreto stava nelle capacità specie umane del suo allenatore, un padre per tutti. Tommaso Maestrelli: affabile, discreto, in grado di gestire sapientemente i suoi ragazzi. Li capiva, li ascoltava. Li difendeva, li perdonava. Li spronava, li calmava. La Lazio giocava all’olandese, in un modo talmente arrembante e dinamitardo che Gianni Brera qualificava quel modulo tattico un’“eresia calcistica”, con Chinaglia, unico centravanti al mondo “appeso alla sua spalla destra”. Eppure gli schemi funzionavano a meraviglia e Long John era diventato l’attaccante più pagato d’Italia. Ma si sa, le storie belle finiscono presto. Nell’inverno del 1975 Maestrelli iniziò a stare male. Si pensò a una forma di gastrite da stress. L’allenatore era sotto pressione sia per i risultati non brillanti della squadra, sia perché si ventilava un suo passaggio sulla panchina della nazionale italiana per la ricostruzione del dopo Mazzola-Rivera. Il perseverare dei sintomi lo costrinse a sottoporsi a degli esami. Gli fu diagnosticato un epatocarcinoma al fegato. “Perché mi avete chiamato per farmi vedere un morto?”, disse il famoso chirurgo Paride Stefanini allargando le braccia e scuotendo la testa. Perse quasi quindici chili in due settimane. Aveva forti dolori alla pancia che i sedativi a malapena lenivano. Tommaso Maestrelli si era fatto posizionare un cannocchiale per seguire gli allenamenti della sua Lazio, visto che la clinica dove era ricoverato, la Paideia, si trovava di fronte al campo di Tor di Quinto, il quartier generale della squadra. Anche i giornali nascondevano la tremenda verità e parlavano di calcoli della colecisti. La compagine dello scudetto, senza il suo allenatore, stava precipitando miseramente. All’inizio della stagione 1975-’76 venne chiamato sulla panchina il bergamasco Giulio Corsini, che entrò in conflitto con Chinaglia. I due vennero alle mani addirittura il primo giorno e furono divisi a fatica dai dirigenti. L’intransigenza di Corsini cozzava con lo spirito di una squadra anarchica e ammaestrata dalla bontà e della dolcezza di Maestrelli. I giocatori continuavano a pensare al loro secondo padre. Passavano ore e ore in clinica al capezzale di Tommaso. Chinaglia rischiava l’esaurimento nervoso. Ma un immunologo genovese, Saverio Imperato, stava sperimentando sull’allenatore una nuova cura contro il cancro. I risultati furono stupefacenti. Si chiama sinterapia, ed è un trattamento che agisce in sinergia con le attuali terapie, utilizzando il vaccino BCG per stimolare le difese immunitarie del corpo a reagire contro le cellule tumorali. Maestrelli, sul letto di morte, cominciò a stare meglio e gli tornò l’appetito. Ordinava il pesce e la carne e i ristoranti di Roma si mobilitavano per portargli i piatti più prelibati. L’attrice Lea Padovani, tutti i lunedì, gli faceva recapitare la pasta con i fagioli da lei stessa cucinata. Era il 30 novembre del 1975. Un giorno insignificante, una domenica come un’altra, per gli italiani. La Juventus e il Torino si contendevano la supremazia del campionato in un bel duello testa a testa. La Lazio partì per la trasferta di Ascoli Piceno. Era in fondo alla classifica. Negli spogliatoi dello stadio marchigiano, prima della gara, in uno dei tanti diverbi tra Chinaglia e Corsini, l’attaccante diede un ultimatum all’allenatore: “Se oggi perdiamo, tu te ne vai”, e gli puntò il dito sotto il mento. Wilson lo allontanò prendendolo per un braccio. Maestrelli, da casa, si apprestava ad ascoltare “Novantesimo Minuto” seduto sulla poltrona del salotto, mentre i gemelli Massimo e Maurizio scorrazzavano inseguendo una pallina da tennis. Ad Ascoli faceva freddo. In Piazza del Popolo, cinta dai porticati, chiusa dallo splendido abside di San Francesco, il convoglio dei tifosi di casa, a mezzogiorno in punto, partiva alla volta dello stadio. Nelle borsette a tracolla un paio di panini imbottiti per ciascuno di quei giovanotti disincantati. Ascoli era per tutti la città di Alfredo Alfredo di Pietro Germi, e Dustin Hoffman poteva sembrare un po’ l’americano che sarebbe diventato di lì a poco Giorgio Chinaglia con i Cosmos di Pelé e Beckenbauer. Allo stadio Cino e Lillo del Duca l’Ascoli si batté con tutte le forze, mentre la Lazio appariva smarrita, accolta da una bordata di fischi dalla curva di casa. La partita si guardava in piedi. Segnarono Gola e Morello e l’Ascoli dominò la gara. All’ultimo minuto l’arbitro indicò il dischetto del calcio di rigore per la squadra romana. Chinaglia prese la rincorsa caracollando e realizzò con un tiro laterale a sinistra. Il bomber esultò, irriverente, verso il pubblico ascolano che l’aveva insultato per novanta minuti. Dopo la partita, nel tragitto di ritorno a Roma, il pullman della Lazio fu affiancato e sorpassato dai torpedoni dei tifosi biancazzurri che con ampi gesti chiedevano l’esonero dell’allenatore Corsini. Ascoli non era di certo, quella notte, la città del film I delfini di Citto Maselli, in cui i giovani furono incapaci di rompere l’ordine prestabilito. Proprio nella cittadina marchigiana nacque l’idea dell’incredibile ritorno. Chinaglia sbuffava, imprecava. Wilson non riusciva a calmarlo, per cui decise di telefonare a Maestrelli abbandonando ogni indugio: “Mister, noi senza di lei siamo un’armata brancaleone”. L’allenatore buono fece una scelta d’amore. Era già notte, a Roma, e in via Città delle Pieve sulla collina Fleming, residenza della famiglia Maestrelli, stava succedendo qualcosa di inaspettato, in silenzio. Emaciato, magro, febbricitante, provato, Tommaso andò in bagno. Si fece la barba, si guardò gli occhi, strizzò le mani e incrociò i pugni. Quando mercoledì 3 dicembre sciolse ogni riserva, a molti tifosi vennero le lacrime di gioia, mentre altri aspettarono che si accomodasse in panchina per crederci. Per la partita con il Napoli del 7 dicembre allo stadio Olimpico, fu accolto da 75.000 spettatori. Salvò la squadra dalla retrocessione, ma morì l’anno dopo, evitando, l’ultimo mese, di farsi vedere perché ridotto ad uno scheletro. Giovedì 2 dicembre 1976 il telegiornale della sera annunciò la brutta notizia: “Si è spento, oggi pomeriggio a Roma, l’ex allenatore della Lazio Tommaso Maestrelli”. La notizia si era già ampiamente diffusa e i tifosi si erano recati alla clinica Paideia con fiori e bandiere listate a lutto. La squadra quel giorno non si era allenata perché molti giocatori erano in preda al pianto. Per un destino crudele, nel 1999 e nel 2011, sono venuti meno, a causa dello stesso male, anche Patrizia e Maurizio, due dei quattro figli dell’allenatore buono. Tommaso, dopo la partita di Ascoli, aveva chiamato la moglie Lina per dirle: “Amore mio, torno ad allenare. Non mi dire di no”. Si era appena lavato il viso e aveva passato il dopobarba sul mento. Si infilò un maglione e si avviò in corridoio dove era posizionato il telefono. Chinaglia e Wilson si abbracciarono come bambini perché erano stati i primi a saperlo, appena rientrati nella capitale e diretti al night club preferito, il “Jackie’O”, meta del jet set italiano di allora dalle parti di via Veneto. I bad boys avevano finalmente ritrovato il loro maestro. Belli e maledetti, come quella Lazio eccessiva, indomita. Una formazione dove Giorgio Chinaglia si permetteva di sbeffeggiare la Juventus e perfino Gianni Agnelli, l’unico che lo aiutò nella folle impresa di diventare presidente della Lazio, nel 1983. Oggi, in un’epoca oberata da costi e fatturati, il calcio degli affetti è svanito. E ci manca, come ci mancano Maestrelli e Chinaglia. I figli dell’allenatore buono hanno voluto che salma di Long John fosse tumulata accanto a quella del padre nel cimitero di Prima Porta a Roma (dove ancora oggi giungono mazzi di fiori da tutta Italia). Per una ricongiunzione ideale, il destino ha compiuto un passo di avvicinamento tra due icone. Come dopo quella lontana partita di Ascoli, che ormai quasi nessuno ricorda più. Ditemi voi se questo non è un romanzo…

Alessandro Moscè

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