ALESSANDRO MOSCE’: LA POESIA E’ UN LINGUAGGIO ANACRONISTICO DOVE GLI ARCHETIPI DOMINANO L’ISTINTO

da www.clicknews.altervista.org., 10 agosto 2018

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Ha pubblicato l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007) e Galleria del millennio (Raffaelli 2016); l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Ha date alle stampe le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro) e Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino). Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012) e L’età bianca (Avagliano 2016). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com.

Giornalista culturale, narratore, critico e affermato poeta neo-lirico tradotto in Francia, Spagna, Romania, Stati Uniti, Messico, Argentina e Venezuela (Hotel della notte è la raccolta appena licenziata in Argentina con la traduzione di Antonio Nazzaro per i tipi di Colección Pippa Passes, Buenos Aires Poetry). Sul suo sito campeggia il motto “la letteratura o è amore e combattimento o non è niente”. Amore e combattimento, una tensione di poli estremi, quasi un ossimoro che sottende attenzione, dedizione, sacrificio, passione. Cos’è la poesia per Alessandro Moscè, e qual è la sua funzione?
Amore e combattimento sono due crocevia, un ricorso continuo e quindi un’indicazione che accorpa il senso di una fede: se da un lato non credo alla funzione sociale e civile dello scrivere in versi, dall’altro sono però convinto che la poesia possa salvare le persone. La dedizione, il sacrificio e la passione, come sottolinea nella domanda, risultano una spinta interiore che conduce verso l’altrove dei poeti, una grande sacca protettiva, una placenta vivificante: tra la nascita e la morte entra prepotentemente il tempo che ci sottrae età, giovinezza, affetti. La battaglia del poeta è contro tutto ciò che deperisce e si dissipa, contro tutto ciò che finisce. Non è un caso che gli stessi oggetti, nei miei versi, abbiano un’anima, come i luoghi residenziali che vivo o che ho vissuto. Il motto al quale alludeva è uno slogan che resiste alle intemperie della quotidianità ridotta a mera cronaca, a notizie scarne da rotocalco. La poesia è un linguaggio anacronistico dove gli archetipi dominano l’istinto, la primitività del soggetto, ciò che non sarebbe espresso se non con la poesia, mai con un articolo di giornale o con un libro di stampo sociologico. E’ un inquieto correre fuori del tempo corrente, quindi anche nel malessere, che mi fa venire in mente gli splendidi versi di Eugenio Montale contenuti in Ossi di seppia: “Spesso il male di vivere ho incontrato / era il rivo strozzato che gorgoglia / era l’incartocciarsi della foglia riarsa, / era il cavallo stramazzato”.

La dedica in esergo a Hotel della notte è: “ad ogni infanzia”. Perché l’infanzia è l’età che imprime i ricordi in uno stato di grazia incorruttibile, che in suo romanzo definisce “l’età bianca”. La stessa che Jung descrisse come prolungamento della fase per il raggiungimento dell’autonomia in cui è l’archetipo dell’eroe ad acquistare un significato particolare con l’Anima e l’Animus, esperiti nei primi innamoramenti. Se nella scrittura narrativa di forte matrice autobiografica evoca soprattutto l’eroe moderno, ossia quello calcistico, in quella poetica, ricca pletora di voci di strada e di affetti familiari, sceglie, invece, di cantare l’antieroe che si identifica nella figura di un malato in una casa di riposo (“Suite per Pierino”), rimarcando così l’anacronismo storico del linguaggio poetico. Cosa c’è alla base di questa scelta che caratterizza la sua poesia e che vorrebbe renderla un gesto salvifico che annulla il tempo ordinario per portare uno squarcio di realtà nella dimensione assoluta e quasi epica?
L’infanzia è creativa perché è fatta di sovraimpressioni, di una fase di maturazione che genera la scoperta. Il dopo, cioè l’età adulta, è il raggiungimento sì di una maturità anagrafica, ma anche il tempo dell’assegnazione di un ruolo pubblico. Il poeta, al contrario, rimane stupito, infantile, altrimenti sarebbe assuefatto dalla veste pubblica che definisce tutti noi omologandoci in un’attività che fa da schermo. Sono, viceversa, quel mantra e quell’abbrivio ontologico che portano alla ri-scoperta, ogni volta, dell’esistenza più vera, che contiene gli archetipi: cioè l’amore, il mito, l’assoluto, il sincretismo tra immagini terrene e spirituali. Stiamo parlando di una disposizione d’animo che chiamo “età bianca”: un’età pura e incontaminata, che oggi è nel riflesso dell’eroe sportivo sul “campo di battaglia” e un tempo lo era in quello dei gladiatori (il “basso epico” che il grande Borges ritrovava appunto nei campioni dello sport). Ma l’“età bianca” può essere la stessa di Pierino, l’omino della casa di riposo che conservava i suoi lemuri, che parlava con la Madonna, che dava voce alla madre morta attraverso una parete divisoria in una sorta di reificazione, che compiva riti apotropaici. Alla base della mia scelta c’è l’affrontare il corpo smisurato del tempo, la sua sospensione, la sua visione. Sono un poeta che guarda in alto e non in basso, topico nel senso più pieno del termine. Se guardo al presente lo faccio spesso attraverso le creature più fragili e dotate di una coscienza, fantasiose, con una sottile malinconia, che si sono smarrite e mai più ritrovate. La casa di riposo è il luogo dell’incontro, come l’hotel, in cui volontariamente non si distinguono più i vivi e i morti, i vecchi e i giovani.

Scrive: “Cuore mio, / non nascondo l’età adulta / e appaio in un adesso e in un domani identici”. Tutta la raccolta è soffusa di una nostalgia che incanta come se la visione del ragazzo perdurasse nei luoghi sottratti agli anni passati. Dimensione atemporale splendidamente dipinta in questi due versi: “L’aria continua a muovere / quel salice che non vediamo più”. Uno sguardo generoso che abbraccia senza pregiudizi e compromessi gli attimi fotografati dalla parola e gli squarci di verità che la notte e la città aprono al poeta. La memoria dei luoghi è fatta di persone ma anche di oggetti, e il paesaggio naturale, nell’indistinto generato dalla notte, è un’assenza esemplare. Il poeta e i luoghi: come declina questo connubio con la sua terra?
La notte è un luogo magico, perché nel giardino pubblico vuoto, dove ho incominciato a camminare, dove ho dato il primo bacio, gli incontri e le voci si moltiplicano esprimendo un tono per lo più confessionale. La conoscenza tangibile con l’altro permette anche la resurrezione dei corpi. Tornano i nonni, defunti, che mi seguono in un convivio di parlanti, in un teatro niente affatto assurdo. E’ come se ognuno recuperasse il suo movimento terrigeno e la morte venisse revocata. Il paesaggio naturale, come dice giustamente, è la notte, l’ora delle assenze. Ma nei miei versi la confidenza con il mondo permette di rivedere nonno Alvaro, nonno Ernesto, zia Mariella. Cioè la mia comunità familiare che non si è dispersa, che sta ancora da qualche parte. I luoghi non sono contemplativi, né luoghi di fede religiosa, ma rivelatori e visionari. Creo un disorientamento tra la vita e la morte, una compenetrazione, un risucchio nella percezione di ciò che nella realtà non si vede e non si sente. I nonni proseguono il loro cammino dal cielo alla terra e viceversa. La mia terra è la mia residenzialità domestica, casalinga, di posti vicino la mia abitazione. Credo che in questa misura rivissuta non solo nella memoria, abbia avuto influenza l’amato Saba, così come i poeti che ho letto e assimilato di più: Sereni e Caproni, che si rivolgevano ai morti lungo le strade, le vie milanesi e livornesi. La comunione tra i vivi e i morti è anche quella dei santarcangiolesi Baldini e Guerra, di Raboni, di Bevilacqua.

Nei versi vivono figure delicatamente tratteggiate di donne, evocate a ricreare esperienze disattese, forse desiderate: “Il tempo dell’assoluto esiste / ma si ignora, / galleggia nell’aria”. E’ un tempo che cerca la matrice nelle cose in via di estinzione, ricordi che sopravvivono agli oggetti e persino ai luoghi. La memoria come controcanto di immagini accompagna la sua espressione poetica. Sceglie un hotel immaginario come contenitore ideale, in realtà un non-luogo, un luogo di sosta o di passaggio che stride con le figure familiari evocate e con gli affetti fortemente ancorati al suo verso. Perché?
La donna è la parola del corpo, è il quadro più vicino da osservare. E’ la convivenza, l’eros. L’eros, in particolare, credo che sia l’altra faccia della morte, un’esperienza emblematica perché si introietta emotivamente in un cortocircuito tattile e sensoriale. L’hotel immaginario è un non-luogo, ha ragione. Non potrebbe essere diversamente, perché dentro il vuoto della morte la vita allude alla presenza-assente. Lo stesso giardino pubblico è quello di una volta, la pienezza di un istante che svanisce. Lo guardo con gli occhi di un bambino. Da bambino, nella grande casa dei nonni ubicata a due passi dal porto di Ancona, c’era un acquerello che rappresentava il viaggio. Ancona è la porta d’Oriente, un gomito che si allarga per accogliere. Ho pensato che il guardiano del faro fosse triste. Un giorno scomparve. Era una mia fantasia, ovviamente. Quelle partenze delle navi dal porto, forse, rappresentavano la metafora della finitudine, del viaggio verso l’aldilà che mi incuteva timore. Le onde del mare lasciavano intravedere un’acqua melmosa e sporca che mi è rimasta impressa nella mente, come l’hotel che non esiste. Il mio orecchio è allenato al canto, alla lirica, alla melodia, non ad una visione sperimentale. La poesia è esperienza, testimonianza, sogno: nient’altro.

Il poeta dialoga con i morti che spesso sono più vivi per lascito di memoria, scrittura e libri, dei viventi stessi. Si trova immerso in una terra di confine, quella delle voci che lo precedono, indulgenti perché silenziose, e quella delle voci contemporanee fitte, disomogenee, accalcate, in sintonia o in antitesi di visione. Quali voci poetiche predilige nel suo percorso umano e poetico? Verso quali progetti la conduce la poesia nascente? Avrà altri versi da donarci in un futuro prossimo?
Sto scrivendo una nuova raccolta poetica che mi impegna da tre anni. Il mio prossimo romanzo sarà una biografia romanzata sugli ultimi anni di vita della celebre attrice Anita Ekberg, che finì dimenticata da tutti in una casa di riposo per lungodegenti a Rocca di Papa. La narrativa mi permette una “diluizione” dei personaggi pianificata nel tempo e nello spazio. La poesia nascente, se si riferisce a quella che amo di più e che non scade mai, per me è nei versi di Dante, Leopardi, Baudelaire, Saba, dei già citati Montale, Sereni, Caproni, Raboni. Ho letto l’americano Charles Wright e mi ha colpito la sua capacità fotografica di cogliere la forma delle cose, i particolari degli oggetti e della natura. Potrei citare molti altri poeti tra i classici e i contemporanei, ma il monitoraggio dei poeti della nostra contemporaneità è assai complesso. Mi consenta di dire che in Italia mancano i critici coraggiosi che si espongono, che selezionano le nuove leve. Gli spazi dei social media vengono utilizzati poco e male non consentendo una cernita. Dentro Internet finisce di tutto e le spezie hanno lo stesso sapore. Credo che ci sia molta supponenza tra i giovani, che farebbero meglio a seguire dei maestri ideali, a leggere di più, invece che a mettersi in competizione tra loro. L’editoria è in crisi al punto che la poesia non è considerata un prodotto di mercato e molte collane hanno chiuso i battenti. Continuo a preferire il dialogo con i poeti che non ci sono più. In questi giorni, sul mio comodino, ho lasciato aperto l’Oscar Mondadori di Alfonso Gatto. Faccio mia, nei versi iniziali, la poesia, straordinaria, dedicata al padre: “Se mi tornassi questa sera accanto / lungo la via dove scende l’ombra azzurra già che sembra primavera, / per dirti quanto è buio il mondo e come / ai nostri sogni libertà / s’accenda di speranze di poveri di cielo, / io troverei un pianto da bambino / e gli occhi aperti di sorriso, neri / neri come le rondini del mare”.

Valentina Meloni