LA MORTE NON E’ UNA MACCHINA CHE SI ROMPE

Su “La Lettura” di questa settimana, leggo una curiosa intervista a Shelly Kagan, insegnante di filosofia alla Yale University, che quest’anno ha tenuto dei corsi sulla “morte” partecipati da più di 300 studenti, confluiti in un volume e in un video (26 lezioni da 50 minuti) in cui cita Platone, Cartesio, Locke, Hum, Parfit ecc. La morte non è un male, secondo Kagan. Se segna la fine irreversibile, come può esserlo? La paura della morte sarebbe un errore, un’esasperazione. Insomma, non dovremmo preoccuparcene oltre un’intenzione metafisica. Non ho letto Kagan, ma mi sono informato. Non mi pare che il filosofo abbia centrato l’aspetto più interessante della morte, cioè il suo fascino. Con questo non voglio dire che un essere umano arriva a suicidarsi per amore della morte, ma certamente l’arcano e insondabile mondo dell’aldilà è immaginazione e ideale. Sogno e incubo di un paradiso angelico e di un vortice oscuro, di una contrapposizione dialogica. Tutto ciò che non conosciamo scientificamente è un intuito fallace, cioè niente: pertanto materia rovente in mano allo scrittore. Federico Fellini aveva immaginato, come Dante, nel Viaggio di G. Mastorna (un film mai realizzato) la morte e il dopo morte. Kagan elude il potenziale espressivo della morte, alla quale non si può chiedere di più che mostrarsi. Non come macchina che si rompe, ma in un dubbio, in un’ipotesi, in una congettura, in una speranza, perfino in una maledizione e in un atto di fede dal quale non riceviamo mai corrispondenza, adesione. La paura di morire nasce dalla paura della sofferenza fisica che spesso è il preludio della morte. Non è vero che non si muore soli. La nascita e la morte sono fattori biologicamente individuali. A Kagan sfugge che si muore e si rinasce più volte, come quando ci riprendiamo da un lutto, da un dolore che si sembra insopportabile. La piccola morte costella la vita di ognuno di noi (“Citiamo tanto la morte, maiuscola, quella che conclude in catastrofe la nostra vita. Mai, o quasi, le morti minori, parziali, che consumiamo ogni istante e con sé ci consumano”, diceva Gesualdo Bufalino). Ai filosofi di oggi sfugge la dimensione surreale e fantastica dell’arte. La dolce fine è un’orchestra che suona, l’incapacità di individuare i morti e i vivi. Fellini vive di interconnessioni terrestri e celesti nell’equilibrio tra vero, verosimile e falso. L’anima potrebbe avrebbe un corpo (penso a Giorgio Caproni che rivede la madre Anna Picchi a Livorno nella raccolta poetica Il seme del piangere del 1959: “Seguila prudentemente, allora, e con la mente / all’erta. E, circospetta, buttata la sigaretta, / accòstati a lei soltanto, / anima, quando il mio pianto / sentirai che di piombo / è diventato in fondo / al mio cuore lontano”. Qualcuno negherebbe a priori, anche tra coloro che credono nella sopravvivenza e nella resurrezione, in un morto che assomiglia ad un vivo? E se l’aldilà fosse identico all’aldiquà, indistinguibile? Se ci riconoscessimo tali e quali, come se niente fosse successo, abitanti della stessa terra, ma in una comunità spossessata di materia e di sentimenti edonistici? Qualcosa che non siamo in grado di comprendere produce senz’altro una creazione. Nella morte non c’è niente da capire. Forse anche le accademie dovrebbero fermarsi, compreso il celebrato Shelly Kagan che sviluppa un processo cognitivo dettagliato, ma temo infecondo.

Alessandro Moscè

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