IL NATALE E LA RISTRETTEZZA DELLA MORTE

Ogni anno, per noi cattolici, il Natale ripercorre la nascita, quindi un festeggiamento, una celebrazione e una magnificazione testimoniata dai tre Magi. In antitesi la venuta al mondo del Figlio di Dio allontana la morte da quel ciclo che chiude la presenza terrena. Per una nascita si gioisce, per una morte si piange. Lo fanno sia i credenti che i non credenti, chiunque si affidi al caso non provvidenziale o al tocco di una mano che si muove sapientemente dall’alto. Leggevo tempo fa la splendida prefazione di Cesare Garboli al romanzo di Elsa Morante L’isola di Arturo, pubblicato per la prima volta nel 1957. Garboli individua nel ragazzo che cresce, nell’avventuroso padre e nella giovane, superstiziosa sposa, sdegnando ogni forma di illusione, la ristrettezza della morte come fosse un’insensata realtà. Bisogna respingerla, escluderla, ricusarla, cacciarla lontano. Garboli definisce L’isola di Arturo un modo durevole di esistere, un’eternità psichica, un’adolescenza infinita. Si può arrivare al punto di odiare la morte, anche a Natale? La resurrezione pasquale ci risarcisce di un credito, ma chi non ha fede resta schiacciato nella contraddizione. Addirittura, nel romanzo di Elsa Morante, il morto, procurando dispiacere, sarebbe un vigliacco, perché se ne va senza salutare. “Con la morte tutto si spegne e la sola sopravvivenza è la gloria”, dice Arturo, che pensa alle leggende romantiche, agli spettri, ma non a Dio. Fregarsene della morte: si può? Il 23 dicembre Simonetta Fiori, intervistando su “Repubblica” il britannico Julian Barnes, gli chiede esplicitamente: “Ci si può affezionare al lutto?”. “C’è della verità umana in questo, ma arrivare ad amare il dolore è per me un passo troppo avanti”, risponde l’autore del bellissimo Il senso di una fine (Einaudi 2012), il quale richiamando Montaigne aggiunge: “Solo trascinando la morte dentro la nostra quotidianità evitiamo di rimanerne terrorizzati”. Siamo agli opposti di Elsa Morante e del suo protagonista sull’isola di Procida. Sarà un caso, ma il Natale sollecita a fare due conti con la sottrazione dell’esistenza. Su “Avvenire”, il 21 dicembre, Roberto Righetto ci parla di Elias Canetti e dell’antiteologia irrisolta contenuta nel suo Il libro contro la morte appena dato alle stampe da Adelphi (curato dalla figlia) e uscito postumo nel 2014. Lo scrittore di origine bulgara e di lingua tedesca, sancisce con fermezza: “Io non accetto la morte e questo è tutto”. Era il 1951. In un appunto si trova una frase affilata, un’implorazione: “Non morire”. L’ignoto spaventa, parafrasando lo stesso Canetti, come l’incertezza, l’indifferenza, il non sapere, il dubitare. Eppure è anche la voce dell’amore, perché viene dalla vita. Il Bambino di Betlemme, almeno per un giorno, rischiara, intenerisce, dà la pace. Il Natale è la festa della gioia, dicevamo, che pure nasconde un’ombra racchiusa nel tempo che passa, in quel demone che afferra gli scrittori, li sfida e non li abbandona più. Si scrive per non morire, diceva qualcuno, presagendo che il corpo e l’anima non sono il nucleo dell’atomo, ma due parti separate con due destini che non combaciano. Anche a Natale, tra gli auguri, il pranzo,  il presepe e i regali da scartare.

Alessandro Moscè

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