LO SCRITTORE, LA SPADA E LA PENNA

L’intellettuale disimpegnato, l’intellettuale silenzioso, in ritirata. L’intellettuale senza più mordente, fuori da un contesto sociale e civile, asserragliato dietro l’egocentrismo e la sua sola opera, rimasto a mani nude. Sono queste le critiche mosse anche al mondo della letteratura, alla riserva mentale di poeti e narratori che non partecipano più al dibattito sulla vita collettiva del Paese, su ciò che succede nel mondo, sui cambiamenti epocali che attraversiamo. L’ultimo libro di Paolo Di Paolo (romanziere e saggista), Tempo senza scelte (Einaudi 2016), affronta questo tema. Essere scrittori, è una questione di partecipazione? Afferma Hans Magnus Enzensbergers: “La voglia di capire, di vedere, di prendere posizione, di provocare indignazione, e magari – perché no? – di sbalordire e far imbestialire la società”. Oggi, lo scrittore cosa fa? Non impugna la spada, non ha più una penna sagace per proseguire una militanza che una volta era la sua prerogativa principale. Ha ragione Di Paolo quando dice che c’è qualcosa che non va se si rimpiangono gli scrittori impegnati del passato (Moravia e Pasolini, in particolare), se si celebra quelli stranieri che prendono posizioni. Perché tanta astenia e prudenza tutta italiana? Perché questo argine, che altrove non si riscontra? Nessuno che scriva un libro alla Houellebecq, un romanzo disturbante, un articolo provocante. Se da altre parti i poeti intervengono sulle guerre di religione, sull’integralismo islamico, in Italia gli scrittori, sostiene Di Paolo, sono ridotti alla presenza nei talk show promozionali, salottieri. C’è un capitolo di Tempo senza scelte che si conclude con un lancinante: “Dove siamo tutti?”. La spada e la penna, appunto, il coraggio di prendere in mano un oggetto che segni il tempo, che lo ferisca. Un tempo sigillato da un’idea forte per non essere scelti o peggio ancora travolti, perché le parole abbiamo un peso specifico. L’intellettuale impegnato è stato determinante proprio nel corso del Novecento, in un secolo breve e seminato di morte. Nel terzo millennio coinvolgere l’umanità attraverso l’arte rimane un esercizio di stile, se rapportato agli sconvolgimenti del Paese (basti pensare alla crisi economico-imprenditoriale). Sono Crozza e Benigni, Celentano e Alba Parietti che lanciano appelli e firmano petizioni. Il tempo delle scelte, dunque, sembra il tempo dell’astensione, di una pausa infinita mentre il mondo cambia velocemente. La rivoluzione, stavolta, è soprattutto tecnologica. Arriva dalla comunicazione, dallo short message, che annienta la riflessione, la ponderazione, l’approfondimento, lo studio. E’ questo tempo che induce al silenzio, alla ritirata? Nel Duemila tutti scrivono in presa diretta e senza cognizione di causa, e alla concezione del bene comune si è sostituita prepotentemente la liquidità sociale, l’autoaffermazione isolata, compiacente. Perché estrarre la spada e la penna quando c’è un’abbondanza di scrittura che frena ogni responsabilità, ogni sogno, ogni slancio? Può essere questo l’alibi? Riteniamo di no, perché l’autorità della parola ha ancora un valore distintivo nel boato della banalità che stride alle orecchie. Per Alberto Moravia “l’intellettuale è come il bambino della favola, che rivela all’imperatore la sua nudità”. Un grande principio di libertà contro un pensiero improvvisato, chiacchierato.

Alessandro Moscè

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