JACOB GLATSTEIN E L’INTROSPETTIVISMO

La Giuntina ha dato alle stampe Il viaggio di Yash nel 2017. La premessa da fare è che la casa editrice ha visto la luce nel 1980 quando Daniel Vogelmann decise di pubblicare La notte di Elie Wiesel, il primo titolo della collana Schulim Vogelmann dedicata da Daniel a suo padre, sopravvissuto ai campi di sterminio. Il catalogo rappresenta, complessivamente, un ventaglio sulla storia e sulla cultura ebraica. Preserva le tradizioni nella consapevolezza che solo la conoscenza tra le culture e le religioni possa assicurare la comprensione dell’altro in quanto uomo nudo, all’insegna del rispetto e della civile convivenza. Jacob Glatstein è uno dei più interessanti poeti di lingua yiddish del Novecento: giornalista, narratore e critico letterario. Nacque in Polonia nel 1896 e morì a New York nel 1971. Emigrò adolescente negli Stati Uniti rivelando, nella sua opera omnia, il tentativo di “messa insieme” di mondi diversi, plasmati attraverso lo straordinario mezzo della letteratura (un metodo che richiama Eliot e Joyce). Glatstein ha fondato la corrente poetica modernista yiddish dell’Introspettivismo (Inzikhizm), cercando di capire l’uomo nella sua sfera più intima, drammatica, originale. Ha svolto una continua attività di denuncia dei crimini di guerra che si stavano perpetrando contro gli ebrei in Europa e ha attaccato frontalmente l’indifferenza dell’Europa, degli Stati Uniti e degli stessi ebrei americani sulla tragedia della Shoah. La trama del libro, autobiografico, è questa: nell’estate del 1934, all’età di trentasette anni, Jacob Glatstein si mise in viaggio da New York a Lublino, in Polonia (Paese che verrà lungamente rimpianto), per accorrere al capezzale della madre morente, attraversando l’Atlantico, la Francia e la Germania nazista, quando ancora c’era la possibilità di procedere in senso inverso per sfuggire alle persecuzioni e alla ferocia del regime hitleriano. Il racconto di questo viaggio va avanti secondo i canoni tradizionali. E’ un viaggio di pensieri, non solo di azione, dove ci si chiede quali siano le ragioni prime e ultime della vita, cosa significhi essere ebreo, perché si è costretti a subire un’ingiustizia atroce. Questo libro sconfina, inevitabilmente, in una visione filosofica, in un inquadramento saggistico, in un nucleo di idee espressione della volontà illuminista, a tratti concettuale. Scrive Glatstein: “Non si lasci convincere che gli ebrei non devono essere più belli e più bravi dei nostri vicini. Tra di loro, intendo i nostri vicini, nessuno si chiede perché vive, noi invece ce lo chiediamo con rabbia. E fino al Giorno del Giudizio ci danneremo l’anima”. Sul viso dei personaggi si alterna il dolore degli ebrei, l’alterigia dei tedeschi, il chiasso degli americani. Tutto procede anche dopo gli spiacevoli episodi che si vorrebbero dimenticare, anche quando ci si sente soffocare dall’incomprensibile brutalità del nemico. Ruth Visse, nell’introduzione, parla di parole tese sull’orlo dell’abisso, quasi a temere che la mano dello scrittore possa fallire o tacere una testimonianza che invece è resa con lucidità mirabile nelle stesse disquisizioni sui miasmi e le responsabilità collettive. La poesia, come ogni forma di ricordo scritto, rimane un cibo spirituale che salva l’io narrante e chi lo circonda.

Alessandro Moscè

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