L’UOMO E L’IMPONDERABILE

Il terremoto fa paura perché non ne possiamo prevedere gli sviluppi. Diceva Alberto Moravia che la natura selvaggia dell’Africa gli provocava timore, come ogni sentimento religioso. Lo scrittore associava questo imbarazzo, simbolicamente, alle maschere, delle quali divenne un collezionista. La maschera di un sisma è quella del panico, o peggio ancora dell’imponderabile. Non abbiamo neanche un soggetto imputabile con il quale prendersela per un errore o una nefandezza. Un terremoto succede e non si controlla. La sua maschera, la sua icona, potrebbe essere il celebre L’urlo di Edvard Munch (1885), uno dei quadri più famosi al mondo e massima rappresentazione dell’espressionismo nordico. “Camminavo lungo la strada con due amici / quando il sole tramontò / il cielo si tinse all’improvviso di rosso sangue / mi fermai, mi appoggiai stanco morto a un recinto / sul fiordo nerazzurro e sulla città c’erano sangue e lingue di fuoco / i miei amici continuavano a camminare e io tremavo ancora di paura / e sentivo che un grande urlo infinito pervadeva la natura”. Nei suoi diari Munch esprime il sentimento dell’imponderabile. E’ qualcosa, appunto, che prescinde  dall’azione dell’uomo, che “pervade la natura” e che assume le sembianze della visionarietà in un urlo irrazionale, dove tutto è movimento, un’onda sismica che sembrerebbe rovesciare le sorti del mondo, di una notte come tante altre. Il paesaggio e il cielo si avviluppano, si confondono. Munch non coglie il dolore sordo, intimo, ma l’eccezionalità di un evento che sconvolge l’esistenza. La stessa cosa che è successa nelle Marche con il terremoto specie nella mattinata del 30 ottobre. L’uomo si ritrova angosciato, nonostante la sua volontà. Johann Wolfgang Goethe, nel capolavoro I dolori del giovane Werther (1774), annota il controsenso della natura che si avventa sulla natura: “Non le grandi e singolari catastrofi del mondo, le alluvioni che portan via i vostri villaggi, i terremoti che inghiottono le vostre città, mi commuovono; ciò che mi stringe il cuore è la forza distruttrice riposta nell’essenza stessa della natura; la quale non ha mai creato cosa alcuna che non sia destinata a distruggere il prossimo, a distruggere se stessa”. Ecco che il terremoto ci sembra un incredibile controsenso. Solitamente è l’uomo che viene accusato di distruggere la natura. Le battaglie degli ambientalisti lo certificano ampiamente, come le catastrofi nucleari del Novecento. Stavolta accade il contrario: un gigante che dorme, pacificamente, che sovrintende alla creazione e alla conservazione della terra, ne rovescia le sorti. La paura è una religione: aveva ragione Moravia. Nutriamo un senso di indecisione su ciò che non dipende da noi, ma anche una fede, una speranza infantile perché non ci annienti. L’imponderabile fa piccolo l’uomo, comprese le sue passioni. Lo toglie dal disincanto in una sorta di anteprima della morte. Perché morire è spaventoso come non conoscerne le conseguenze.

Alessandro Moscè

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