SGARBI&SCANZI: USCITE DAL VOSTRO SPECCHIO ROTTO

“Stronzo, nano, torsolo, sfigato”. “Ti ho massacrato”. “Mi fai pena”. “Vai a fare in culo”. Sono alcune delle espressioni colorite di Vittorio Sgarbi e Andrea Scanzi, il noto critico d’arte e politico, e del giornalista del “Fatto Quotidiano”, nonché interprete teatrale. Sbirciando su Facebook le loro pagine online e i loro video, mi sono imbattuto in una serie di botta e risposta a distanza incentrate tutte sull’offesa personale, sull’insulto, sulla mancanza di un contenuto, di un giudizio di valore. Uno (Sgarbi) caca sul water completamente nudo, l’altro (Scanzi), egocentrico, ben acconciato, con un anello per ogni dito e il giubbotto da motociclista, risponde a tono. La bassezza e l’indecenza delle parole frullate da entrambi, come spesso avviene anche in televisione, sono stucchevoli. Evidentemente i social, che per natura sono un mezzo di autoaffermazione, inducono a sciogliere ogni freno inibitore peggio che davanti al palinsesto televisivo. Gli improperi disgustosi dei due, nonostante nell’immaginario collettivo siano persone colte, rende la sfera culturale un’esibizione sterile, uno spettacolo al vetriolo. Il riflusso sui social si basa sul conteggio: quello dei like ricevuti. Una guerra di nervi tanto inutile quanto noiosa. Che comunicazione è questa, Scanzi, stavolta lo dico io che sono un poeta e un narratore. Cioè nessuno. Ma ho diritto di parola. La finta acredine non porta da nessuna parte. E’ un modo subdolo per attirare l’attenzione: una posa, un gesto, un vezzo. Sgarbi&Scanzi: uscite dal vostro specchio rotto, tanto più se sostenete che il Paese nel quale viviamo è devastato. La serrata di scuole, università, chiese, palestre e luoghi della cultura rappresenta il vuoto cosmico che occupa le città e le rende metafisiche come certi quadri di Giorgio de Chirico in cui le muse inquietanti si spostano disordinatamente. Oggi siamo tutti Ulisse che ritorna a casa frastornato.
Casualmente mi capita tra le mani, nel mio tavolo di lavoro dove i libri sono accatastati ovunque, un testo di Aldo Moro che mi aveva invitato a leggere la figlia Maria Fida, che conosco bene. L’ignoto dello statista ucciso, era e rimane una rinascita contro gli stereotipi della tradizione italiana, per una modernità che proponga la coscienza come congiunzione degli opposti, al centro del dibattito con i giovani. Serve ancora, nel 2020, un progetto di collaborazione nazionale ed europeo? Adesso più che mai. Il discorso moroteo interpretato da molti come un colpo da maestro, un modo ingegnoso di disinnescare i partiti dalle loro posizioni precostituite, finì per dare fastidio sia ai democristiani che ai comunisti. Era inevitabile. Il compromesso storico prevedeva una pace e una resa. Una pace orizzontale all’interno del Parlamento, una resa delle prerogative altezzose della dirigenza dei partiti di governo. Moro voleva ripartire da una condizione preparatoria che attingesse ai diritti inviolabili dell’uomo. Avallava la prevenzione per estirpare il male dell’autoreferenzialità, dell’egotismo, dell’autarchia che si era impadronito degli anni di piombo. Si appellava ai principi evangelici, alla necessità di sottolineare i valori prima di ogni organizzazione, di ogni intesa, di ogni accordo su piccola e grande scala. Il male che domina il mondo e l’adeguamento sociale ad un compito, appaiono proclami. Risultano moniti pedagogici, fuori da ogni schema e da ogni orientamento di partito, fino a rappresentare anche un avviso e un’esortazione inaccettabili nelle trame di potere. Moro intimidisce con i suoi richiami al bene, all’onestà, alla correttezza, alla rettitudine, alla solidarietà. E’ (uso il presente) un pacificatore onnicomprensivo che rasserena gli animi della gente, che scardina conflitti.
Torno a Sgarbi&Scanzi, il rovescio della medaglia, che invece di occuparsi di arte e teatro, cosa che saprebbero fare bene, si guardano nello specchio rotto. Non avete niente da dire, politicamente. Siete parole vuote, sfatte, tagliate. Parole per voi stessi, non per noi italiani. La vostra aggressività non è un bene, ma una maschera sgretolata. Non ci interessa. Rientrate nel reale e abbandonate la vanità psicopatologica della vita quotidiana. Quella, lasciatela a Belen Rodriguez che ha i numeri per ancheggiare davanti ai paparazzi, perché la bellezza è la cosa più profonda che appare in superficie. Per lei, ma non per voi. Abbandonate la telecamera, non urlate, pensate…

Alessandro Moscè

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