IL CATTIVISMO DAL PASO DOBLE

Ci sono parole che rimbalzano come il suono di uno stereo e che durano poco, che hanno un uso che si consuma in modo alimentare, che seguono la moda dei parolieri e dei giornalisti che stigmatizzano atteggiamenti. Leggo che siamo entrati in un’estate culminata con il cattivismo, una danza macabra dal paso doble. La vicenda degli immigrati non accolti, il pugno di ferro del Ministro Matteo Salvini, la reazione di Roberto Saviano che lo accusa di razzismo e di essere un malavitoso, la replica del Viminale con la denuncia allo scrittore, aprono la quinte sul mostro della politica contro l’intellettuale onesto. Il cattivismo chiude la porta dell’accoglienza e sarebbe un’imposizione peggiore del fascismo. Dice Saviano che “i fascisti sono lupi solitari o gruppi extraparlamentari come CasaPound, Forza Nuova. Sono per definizione fuori, all’esterno del sistema”. Come tali, in fondo, innocui. Non superano il limite della sparuta minoranza. Riprendendo in mano i resoconti degli anni di piombo, del terrorismo nero e rosso degli anni Settanta culminato con il sequestro Moro, con l’uccisione della scorta e con la morte del Presidente della Democrazia Cristiana, non trovo parole così crude, insulse. Non trovo offese strettamente personali. Il cattivismo aveva una ragione di Stato, evidentemente, mentre oggi si aggrappa agli individui. Capre, stronzi, demoni colorano il linguaggio corrente e la diffamazione a mezzo stampa non incute più alcun timore. Saviano risponde a Salvini. “Non mi fai paura. Quanta eccitazione provi a vedere una bimba morta?”, è una frase infelice e fuori luogo. Il coraggio non si dimostra con la trivialità. Pasolini e Moravia non avrebbero mai pronunciato nulla del genere contro Giulio Andreotti o Giorgio Almirante. Il cattivismo non fa bene a nessuno, neanche a Saviano, che forse avrebbe bisogno di addolcire i suoi toni. Ma pur essendo un grande autore di inchieste non è un narratore epico né un poeta (e non è una bestemmia farlo notare). Si può certamente polemizzare, aizzare, dimostrare, usare il paradosso e la provocazione, ma se anche gli scrittori di peso, invece di argomentare un ragionamento ingranano la marcia della volgarità, l’Italia ci perde. Torno agli anni della repressione. “Mi chiedo, caro Alberto, se questo antifascismo rabbioso che viene sfogato nelle piazze oggi a fascismo finito, non sia in fondo un’arma di distrazione che la classe dominante usa su studenti e lavoratori per vincolare il dissenso”, ammoniva Pier Paolo Pasolini nel 1973 in una lettera ad Alberto Moravia. Mi chiedo se anche Roberto Saviano cada nell’errore di colpire a caldo, pulsionalmente. Chi è il nemico, in verità? Un politico, un partito? Cosa striscia, direbbe Pasolini, dietro il post-modernismo del 2018 nella società, nei cittadini che votano e che non votano? Cosa c’è dietro la rabbia e l’aggressività di tutti, mentre l’Italia è sempre più povera di risorse economiche? Sono proprio gli intellettuali ad essersi fermati per primi, a non capire cosa succede.

Alessandro Moscè

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