IL FUTURO E’ STATO RUBATO

E’ sempre difficile dare una definizione di futuro. Non solo perché oggi l’italiano vive in un presente svagato, nell’immediatezza noiosa, nella presa diretta della futilità, nella fugacità e nella folgorazione degli accadimenti online. Il tempo è un tritacarne che macina l’attimo, che non coniuga più il passato prossimo, ciò che siamo stati. Ma il futuro è tanto più incerto perché la globalizzazione lo ha reso un vortice. Lavoro, pensioni, sanità e sicurezza sono i caposaldi di un tempo ristretto, concentrato, che non consente di allargare la visuale, di zoomare oltre il visibile che è sotto il nostro naso. Donatella Di Pietrantonio, scrittrice abruzzese, scrive oggi su “Repubblica” che “il futuro ha fatto la brutta fine di appartenere più alle paure che ai sogni”. La paura viene prontamente respinta, per cui il futuro è cancellato al punto tale che neppure gli economisti sanno immaginare i cambiamenti che avverranno da qui ai prossimi dieci anni: saranno radicali, sostanziali, minimi, impercettibili? C’è una presa di distanza dal passato e quindi dal futuro anche per altre ragioni: gli schemi ideologi del Novecento non sono più adeguati per comprendere la realtà. Il secolo scorso è crollato a partire dal Muro di Berlino e da un’internazionalizzazione che ci rende cittadini di un mondo poco ospitale e pieno di insidie. La società liquida di Bauman e i nonluoghi di Augé sono forse le formule che meglio misurano questa opacità del futuro e l’iperconcentrazione sul presente. I giovani non solo non sognano più, ma non pensano neppure al domani. Vivono senza attesa e senza speranza, trasognati, come se il futuro fosse la ripetizione della stessa giornata: l’altro ieri, ieri, oggi. Il sociologo Francesco Morace ha dichiarato a www.linkiesta.it, ciò che dovrebbe essere e che purtroppo non sembra: “Il futuro è il tempo dell’umano. Desiderare, sperare, progettare, scegliere tra infinite possibilità e proiettare la propria esistenza in un tempo e in uno spazio alternativi. Pensare il futuro significa rischiare, battere territori sconosciuti, sfidare angosce e ansie, puntare sulle proprie carte con coraggio e intraprendenza. La sola terapia per un mondo malato di paura e minacciato da visioni apocalittiche”. Queste parole schiette ci fanno comprendere come la percezione di un altro tempo e di un altro spazio sia così remota, come tutto appaia svuotato di stimoli, come l’uomo del 2018 sia scettico, incerto. Non abbiamo più la cognizione dell’evolutiva fenomenologia degli eventi comuni, di un futuro civile prima che individuale: il futuro è stato rubato. Se è vero che i poeti sanno anticipare delle verità, Paul Valéry, nel 1931, scriveva in Sguardi sul mondo attuale: “Il futuro è come il resto: non è più quello che era. Intendo dire con questo che non siamo più in grado di immaginarlo con una qualche fiducia nelle nostre induzioni. Abbiamo perduto gli strumenti tradizionali per pensarci e per prevederlo: è il lato patetico della nostra condizione”. Sembra che il poeta francese fosse stato proiettato un secolo avanti con un’incredibile perspicacia.

Alessandro Moscè

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