I NUOVI DISINCANTATI

Questa mattina, su “Repubblica”, Ilvo Diamanti pubblica un sondaggio sulla fiducia nel futuro. Il responso non è affatto scontato, se si pensa che la generazione compresa tra i 14 e i 24 anni, nel 69% dei casi si dichiara ottimista. Dai 25 ai 36 anni è fiducioso il 49% degli interpellati; dai 37 ai 51 il 42%, mentre lo è solo il 27% dai 72 anni in su. Si vive nell’epoca che il sociologo definisce delle “passioni tiepide”, ma le nuove generazioni, i giovanissimi, sembrano fortificate nel ritenersi senza colpe ed errori  attribuibili. Si nota il totale diniego nei confronti della politica e il poco appeal della religione, mentre cresce la dipendenza dalla famiglia. I ragazzi italiani sarebbero sempre più deresponsabilizzati, disincantati, ma essenziali. Fa paura la vecchiaia, terrorizza la morte, come se la crisi economica, il precariato e la disoccupazione, avessero accentuato il confronto con ciò che non si può evitare. E’ uscito da poco un bellissimo saggio di Irvin Yalom, Fissando il sole (Neri Pozza 2017) in cui il grande psichiatra cita Gilgamesh, l’eroe babilonese che quattromila anni fa, rivolgendosi ad un amico, diceva: “La tristezza mi entra nel cuore. Io ho paura della morte”. I giovani di oggi potrebbero formulare la stessa impressione, stando al sondaggio di Diamanti: fiduciosi sì, ma non in uno stato di tranquillità esistenziale (non conoscono l’atarassia, come si dice in gergo medico). E’ tipico, al raggiungimento della maggiore età, sui vent’anni, provare un senso di angoscia per la morte, che si attenua sui trent’anni. Si può vivere sperando di finire l’università o di trovare un lavoro, ma non è altrettanto facile accettare la caducità. Il terzo millennio mette in luce l’interdipendenza tra la vita e la morte di Tolstoj, come ogni esperienza dove si ha a che fare con il decesso altrui (di un nonno, di un genitore, di un parente, di un amico). I giovani disincantati e fiduciosi temono il dolore della sottrazione per sempre, non la povertà, l’indigenza. Lo schermo cosciente, come lo chiama Irvin Yalom controlla, l’altro è una linea che scorre da sé nel tempo e provoca turbamento. Tornano gli incubi ancestrali, più che quelli contingenti. I nuovi disincantati trovano tutto fallibile, se non scorre la linfa della salute, il bene supremo. Sono meno dediti ai rapporti interpersonali e  immagazzinano meno desideri, quasi arrivassero a scommettere che la fiducia stia nell’allungare l’appuntamento con l’inesorabile. “Lascia dormire il futuro come merita. Se lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un presente assonnato”, scriveva Franz Kafka nei Diari (1910/23). L’anestesia del tempo, verrebbe da dire, attutisce la visione della realtà. Chi riesce ad allontanare il pensiero della morte custodisce più tollerabilità alle preoccupazioni dell’oggi. Questi giovani fiduciosi diventeranno più sensibili, più affettivi, anche se più nevrotici?

Alessandro Moscè

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