GLI ANNI DELLA MORTE FACILE

Si parlò della banalità del male dei nazisti che avevano installato i forni crematori nei campi di concentramento per portare a termine il folle proposito di sterminare gli ebrei. La scrittrice Hannah Arendt coniò questo titolo per il suo libro dopo aver assistito al processo contro Adolf Eichmann, uno dei responsabili della cosiddetta “soluzione finale”. Scovato dal Mossad in Argentina fu processato a Gerusalemme. “Ho solo eseguito gli ordini”, disse imperturbabile, come non avesse idee, scaricato di ogni responsabilità e ragione. I fatti di Barcellona, ascrivibili al terrorismo islamico, con un furgone che spazza via più di cento persone, 13 i morti finora accertati, fanno pensare agli anni della morte facile sotto l’azione incontrollata, isolata dell’Isis. In Italia un uomo fa a pezzi la sorella e la getta nei cassonetti della spazzatura perché non gli dava il denaro di cui aveva bisogno. A Benevento un ragazzo muore dopo essere stato pestato a sangue in una discoteca. A Casamicciola scoppia una rissa e finisce a coltellate. Altro pestaggio a Jesolo per un ragazzo che sembra fortunatamente uscito dal coma dopo un intervento neurochirurgico. A Lloret de Mar un ventiquattrenne italiano viene ucciso a suon di pugni nello stesso luogo dove nel 2008 una ragazza di Padova fu assassinata per aver rifiutato un atto sessuale. Lo psichiatra Vittorino Andreoli, sul “Resto del Carlino”, parla dei luoghi della morte, dei killer per caso accecati dall’alcool e dalla droga. La discoteca è un attivatore di comportamenti violenti che toglie i freni inibitori e produce la morte facile. Si arriva a voler eliminare fisicamente l’altro perché considerato un nemico ingombrante. La morte, dunque, non è considerata una tragedia, ma un dato calcolabile per eliminare l’ostacolo immediato. Il caldo fa il resto, perché negli psicolabili aumenta lo stress. La morte facile è nella cultura terroristica come nel gesto violento in un posto dove ci si dovrebbe divertire e dove le aspettative dovrebbero essere ben altre. Fa ormai parte della normalità deviata per chi vuole raggiungere un obiettivo e non sa più distinguere il bene e il male. Il conducente del furgone di Barcellona, stando ai testimoni, rideva a crepapelle, mentre speronava i pedoni. Per completare il quadro, leggo su Internet che viene proposto online un kit per indurre la morte. Per chi non avesse fantasia, esistono le cassette suicidio, in vendita su dei siti australiani e statunitensi, assolutamente legali. Con una spesa tra i 60 e gli 80 dollari arriva a casa una confezione completa di materiali e istruzioni. L’acquirente deve metterci solo un buon motivo per morire. E pensare che Hermann Hesse, alludendo al ciclo di vita che si conclude come non si potrebbe evitare, scriveva romanticamente: “Il richiamo della morte è anche un richiamo d’amore. La morte è dolce se le facciamo buon viso, se l’accettiamo come una delle grandi, eterne forme dell’amore e della trasformazione” (Lettere, 1895-1962).

Alessandro Moscè

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