UN SELFIE DIVERSO

L’Italia è il paese dei festival. Se ne fanno ovunque: raccolgono una comunità, specie nella provincia, personaggi famosi che intrattengono il pubblico, gente comune che si esibisce. Anche le sagre di paese, adesso, hanno assunto un carattere diverso, perché sono improntate non solo sulla pietanza da mangiare, ma sull’esibizione. Un singolare festival si tiene a Gavirate, in provincia di Varese. Prevede una mostra fotografica che esplora il rapporto dei malati con loro stessi. L’Alzheimer Fest è per i sani e per i meno sani, per le persone con demenza e per i familiari che possono contare su un’organizzazione che considera al primo posto il benessere. All’Alzheimer Fest, dicono, “ci piace la vita bella (e dunque anche comoda)”. Servizio di bus navetta per gli spostamenti dall’albergo ai luoghi dove si svolgono gli eventi, centro nursery con medico e operatori a cui rivolgersi per qualsiasi difficoltà, personale specializzato pronto ad intervenire e a risolvere problemi nei vari momenti/luoghi della manifestazione. Andare all’Alzheimer Fest non significa aggiungere un problema alla lista già lunga delle difficoltà quotidiane. All’opposto: vuol dire dare un po’ di serenità e tornare a casa ricaricati. Settimio Benedusi è uno dei più importanti fotografi italiani. Il suo compito è di risvegliare le coscienze. I suoi ritratti allertano il malato, che avendo perso la memoria, spesso non sa più neppure come si chiama. Ma il selfie se lo concede, e la sua attenzione è distolta. Il suo torpore, la sua coscienza sopita, ha uno sprazzo di lucidità. Un selfie vale un’espressione degli occhi, un sorriso. Se solitamente questa fotografia esalta l’egotismo, il vacanziere che si mette in mostra sulla spiaggia, stavolta fa luce sul male con lo scopo di accantonarlo. E’ semplicemente uno stimolo, semplice e creativo nel culmine di un racconto, di un breve percorso autobiografico. Potrebbe trattarsi di un selfie accanto a un persona amata, o con un oggetto a cui si è affezionati, o abbinato ad una foto d’altri tempi, o in un luogo significativo. O ancora davanti ad un specchio. O come si vuole. La memoria pungolata è una scossa interiore per il malato, come fosse rimesso al suo posto, non più marginale, isolato, perso, ma indispensabile nel suo affaccendarsi. “Quante persone scomparse che mi amavano, nella cui memoria esistevo, con cui dividevo un ricordo. Quanti miei gesti e immagini e sillabe periti in loro e con loro. Veramente noi arriviamo alla morte dopo mille sottrazioni parziali: come l’atomizzato che vede ogni giorno incarbonirsi un brano di sé finché non si consuma del tutto”, scriveva Gesualdo Bufalino nel suo capolavoro Il malpensante (1987). Alzheimer Fest dimostra come l’immagine della memoria lasci un segno indistruttibile perché non venga meno. Finché si è vigili c’è speranza per questi “imperfetti sconosciuti” esortati al selfie.

Alessandro Moscè

 

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