LA FOLLA CHE NON SI DOMINA

Una folla di 30.000 persone, a Torino, una volta scatenato il panico, non è stata più gestibile. L’urlo assurdo: “Un attentato”. Un falso allarme, un gioco da ragazzi. Sulla colonna esterna dei portici c’è l’impronta insanguinata di una mano. Tutto sembra rarefatto, con la gente in fuga da un nemico immaginario, inesistente, con pugni e gomitate selvagge come quelle che hanno fatto saltare i denti ad una ragazza universitaria di 20 anni. Chi correva verso i varchi per guadagnare un metro picchiava e strattonava chi aveva davanti e dietro, persone con le quali fino a pochi minuti prima si abbracciava per il goal, momentaneo, dei bianconeri. La partita della Juventus è finita in malo modo, ma il giorno dopo Torino avverte la vulnerabilità della folla che non si domina. Una città in festa è stata ferita in piazza San Carlo. Negli interstizi dei sampietrini vetri ovunque, al punto che 1.527 persone hanno ricevuto cure ospedaliere (tre di esse sono in gravi condizioni). Negli ospedali di Torino non ci sono  letti e personale a sufficienza. 20 minuti di panico e la psicosi da terrorismo hanno prodotto un effetto devastante. Ora il mondo ha paura, quando si ritrova tra la folla. Può succedere l’imprevisto anche se la terribile organizzazione dell’Isis non c’entra nulla. I concerti diventano un ricettacolo di tensione esasperata per chi va a vederli, per chi rimane a casa e sa che un familiare è andato ad assistere all’evento. Un ragazzo a petto nudo con uno zaino nero sulle spalle può far soccombere un’enorme folla: sì, è successo. Intorno a lui può crearsi il vuoto, con individui che scappano solo per salvare la pelle. Gli attentati di Londra continuano ancora e l’allarme cresce inesorabilmente. “Il piacere di trovarsi tra la folla è un’espressione misteriosa del godimento della moltiplicazione del numero”, diceva Charles Baudelaire. Ma il rovescio della medaglia lo si può riscontrare nella paura, non nella gioia. Si cerca il calore della folla e si incontra il freddo del male. La folla fa sparire l’identità dell’individuo perché, come si sa, uno diventa due, tre, cento, mille. I comportamenti si assomigliano, si susseguono in serie. Dall’applauso all’urlo, alla corsa, alla felicità, al pianto. L’epoca delle folle, nel 2017, purtroppo è ingestibile. L’età del terrorismo islamico fa essere proprio un concentrato di persone ignare la preda facile, il bersaglio mobile. Felici, ammaliati di stare insieme davanti ad un palco o ad uno schermo, ma atterriti da un’eventualità sfortunata. Una bravata, stavolta, è costata cara. Il procurato allarme per un petardo esploso ci fa sentire più deboli e sgomenti. Non solo a Torino.

Alessandro Moscè

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