L’ASSASSINO E’ UN “RITIRATO SOCIALE”

Non c’è dubbio che il fatto di cronaca della settimana sia stato l’episodio di sangue accaduto a Codigoro, in provincia di Ferrara. Il piano ordito da due amici per uccidere il padre e la madre di Riccardo, ricorda il caso di Pietro Maso e di Erika e Omar. Uno sfacciato e l’altro timido. Lo sbruffone con il telefonino di ultima generazione e il buontempone con pochi euro in tasca. Nel mezzo l’amicizia morbosa di sempre. Riccardo dice a Manuel: “Ti do quello che vuoi se mi aiuti a fare questa cosa”. E per un favore all’amico, Manuel è diventato assassino, colpendo i genitori dell’altro con un’ascia nella loro camera da letto. Il tutto come se niente fosse, tanto che i due, dopo l’accaduto, hanno girovagato e parlato del più e del meno fino al ritrovamento dei corpi martoriati. La tragedia è permeata da un senso di vuoto tremendo dentro l’anima di Riccardo e di Manuel. Un senza incondizionato determina la resa dei giovani: senza valori, senza anime, senza emozioni, senza passioni, senza nulla che non fosse una noia diseducativa trasformata in orrore, in efferato omicidio. E’ chiaro che il fatto appare come il retaggio di menti disturbate di cui nessuno, ma proprio nessuno, si è accorto di nulla (o peggio, qualcuno ha finto che tutto procedesse nella normalità). Non è normale che un figlio viva in un garage, che faccia uso abitualmente di droghe, che marini la scuola. In un habitat perfettamente enucleato da uno spirito di appartenenza e di condivisione, il male si è trasformato in normalità e consuetudine. Si uccide come si gioca con le slot machine. La famiglia è stata assente, come la scuola, come la parrocchia, come ogni altra realtà sociale. Il figlio che preordina l’omicidio del padre e della madre e l’amico che acconsente all’esecuzione materiale non si inquadrano in un gesto isolato che coinvolge solo due mostri. E’ la conseguenza di un muro impenetrabile tra i ragazzi e il mondo, di un conflitto struggente e insano, di un odio incamerato da anni. Questo è un delitto compiuto tra i cosiddetti “ritirati sociali”, silenziosi, appartati, ritualistici, non tra i bulli dell’ultima generazione. Gente all’apparenza quieta, con una tempesta dentro, che scatena la furia omicida per futili motivi. Diceva Cesare Pavese nel suo Il mestiere di vivere (uscito postumo nel 1952): “È concepibile che si ammazzi una persona per contare nella sua vita? E allora è concepibile che ci si ammazzi per contare nella propria”. Riccardo e Manuel volevano contare perché si sentivano oppressi. Non hanno saputo amare perché non è stato loro insegnato a farlo. E se non si ama, non si distingue nemmeno il bene dal male. Uccidere o uccidersi può essere la stessa cosa, così come farsi uno spinello davanti ai video giochi. Riccardo e Manuel sono, e temo che rimarranno, due cuori senza battito.

Alessandro Moscè

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