GIANNI CELATI E LE CASE CHE CROLLANO

Guardare e afferrare le immagini come per incanto. Riprendere le cose con una cinepresa in un film della memoria. Sono stati questi gli intenti di Gianni Celati in Cinema all’aperto (Fandango 2011), in cui emerge una sorta di back stage dei libri pubblicati dal narratore. Strada provinciale delle anime, in particolare, ripercorre il paesaggio del Po visto da una corriera azzurra insieme a trenta persone. Il mondo di Luigi Ghirri è una testimonianza appassionata sul lavoro comune con l’amico fotografo prematuramente scomparso. Case sparse. Visioni di case che crollano risulta il capitolo conclusivo della ricerca di ruderi ingombranti. Celati, nel libro che correda i film-racconti, dice che le immagini sono icone, segni visivi che rimandano ad un mondo simbolico. “Le chiacchiere, i testi letterari, le voci fuori campo, niente va disperso. La mia idea o il mio sogno strampalato consisterebbe nel creare un impatto con tutto ciò che chiamerei il disponibile quotidiano, tutto quello che passa davanti ai tuoi occhi o per le tue orecchie, o nelle tue fantasie”. Un mondo del passato, che non ritorna, immerso in una memoria flebile, tra gli ultimi anziani che ricordano gli abitanti di quelle case sparse dove il cinema era rappresentato dal parlarsi da una finestra all’altra, dove ci si conosceva tutti e tutti, a loro modo, erano dei protagonisti, dallo zio scapolo al prete di campagna con la tonaca impolverata. Oggi questi luoghi sono profondamente cambiati. La gente crede solo nei prodotti, nella bellezza che si vende. Rimane la provincia che non è un luogo ben definito, come del resto ogni paesaggio, ma una categoria dello spirito, con ciò che sfugge, con le apparizioni e l’incontro che avvengono per attrazioni momentanee, senza sapere, per dirla con Cesare Zavattini, dove si va a parare. I casali, le cascine, le case coloniche, il fiume, i pioppi e gli oggetti in disuso della civiltà contadina sembrano cose metafisiche, appartenenti ad un universo sospeso, quello del tempo che passa inesorabilmente. Afferma Celati: “Le case che crollano sono sentite come una specie di malattia”. Non siamo più abituati a vedere i crolli, per cui vorremmo eliminarli come si fa con le rughe del viso. Celati allarga il suo orizzonte fino a testimoniare che la letteratura è diventata marketing. Il documentario è rimasto uno dei pochi spazi di lavoro e di pensiero non completamente devastati dalla necessità di essere editorialmente à la page. Si tratta di storie a metà tra il reale e l’immaginario. Storie ordinarie, percorsi fisici e mentali, di silenzi residenziali nella periferia di una città dove la gente, fino ad un paio di decenni fa, si chiudeva in casa e aspettava l’ora di coricarsi. Immaginiamo i rituali della campagna, delle fatiche del lavoro nei campi, dei racconti tramandati oralmente nelle veglie serali. Gianni Celati ci ha abituati a guardare e ad appuntare, in un diario di viaggio, il reale oltre il presente. Viene immortalato non solo ciò che si registra nitidamente, ma anche quello che si annida nello stesso luogo con il carico di esperienze conservate tra muri scrostati, pietre corrose, tetti sfondati e cucine abbandonate da donne che non conoscevano l’uso dell’energia elettrica e non avevano l’acqua corrente in casa. Documentare, quindi, significa restituire adesso qualcosa che sta morendo e che non vedremo più: salutare per l’ultima volta ciò che ci è caro e che ci sfugge. Il paesaggio moderno non conserverà niente di questo passato che nelle registrazioni di Celati sembra perfino visionario, per quanto lontano e irraggiungibile. Una specie di nonluogo arcaico. Vedere e percepire ciò che sta finendo, vuol dire anche contrassegnare un’epoca che chiude il millennio scorso e che si affaccia, con molti interrogativi, sull’oggi testimone di un’evidente dissipazione.

Alessandro Moscè

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