L’UNICO PONTE TRA LE CIVILTA’ E’ LA CULTURA

Il flusso migratorio di popoli che vengono in Italia dall’Africa, così come negli Stati Uniti dal Messico, genera uno scontro non solo sul piano dialettico, alimentato da un facile populismo delle destre e dall’evidente necessità di porre delle regole da rispettare. L’ultimo caso di cronaca è quello della famiglia di marocchini sfrattati a Roma, nei pressi di San Basilio. Mercoledì scorso si sono alzate le barricate dei residenti ed è stata sfiorata la rissa. All’origine della protesta la legittima assegnazione di una casa popolare non gradita ad una parte degli abitanti del quartiere, i quali hanno addotto motivazioni sostanzialmente razziste. Un appartamento dell’Ater era stato sgomberato dopo l’occupazione abusiva e sarebbe stato consegnato ai legittimi assegnatari, appunto una famiglia di origine marocchina con tre bambini. Succede di frequente che non si conosca il vicino di casa, che lo si tema perché non è cresciuto nel nostro quartiere, perché non parla la nostra lingua, ha altri usi e costumi, un’altra religione e mangia altri cibi. Lo scontro, dunque, è di civiltà. Solo una comprensione accurata cambia i connotati delle persone: il confronto, lo scambio di idee, il senso compiuto di un abbraccio ideale. Tahar Ben Jelloun, scrittore franco-marocchino, ha dichiarato a chiare note che  il capitolo di un libro può essere più incisivo di un’infinità di discorsi fatti dai politici. La cultura come mezzo nobile per raccontare esperienze e destini. “Lo scontro è tra le ignoranze”, ha detto. Guardando all’Occidente Tahar Ben Jelloun ammonisce: “Vige la dittatura del denaro, la brutalità del liberismo selvaggio che sacrifica l’essere umano in nome dell’interesse. Per non dire della disoccupazione, che in Europa è il risultato di una politica disumana. Viviamo nell’era dell’indignazione dove le popolazioni insorgono ma non sono abbastanza organizzate per impedire al grande capitalismo di stritolarle”. Cultura, pedagogia, educazione: ecco cosa predica Tahar Ben Jelloun. Mescolarsi tra gli altri significa impersonare la gente comune. Si pensi al romanzo Creature di sabbia (Einaudi 2007). In un paese senza età, che è proprio il Marocco di oggi, nasce Mohamed Ahmed, una femmina che per volere del padre cresce maschio a dispetto del suo corpo. Dovrà reggere la casa e la servitù essendo riconosciuta da tutti come nuovo capofamiglia. Il libro è la storia di un’identità inventata, di una metamorfosi coatta, di turbamenti irrisolti, ma anche una finestra aperta sul mondo arabo, sulle sue tradizioni e i suoi tabù. Lo scrittore orchestra una sinfonia di voci dove in una comunità eterogenea emerge principalmente il soggetto. Spinge per il riconoscimento di una democratizzazione reale, per il rispetto dell’uomo indipendentemente dall’etnia. La multiculturalità è complessa e bisogna diffidare da chi la rende un concetto semplicistico. Non sempre si può prendere coscienza del tutto, per questo esistono le religioni. Ma solo il buon senso è il fondamento di una politica per il bene dell’altro, come argine alle sofferenze dell’altro. Leggere gli scrittori aiuta senz’altro a capirlo.

Alessandro Moscè

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