ELEONORA E LO SCANDALO DELLA MORTE

Oggi le leucemie si curano e si sconfiggono in otto casi su dieci. Franco Mandelli, presidente dell’Ail, si occupa di malati oncologici in età infantile e adolescenziale, da ben 50 anni. In un’intervista apparsa su “Repubblica” il 3 settembre dichiara: “Alle leucemie linfatiche acute, quelle più frequenti nei bambini, si sopravvive in più dell’80% dei casi. Direi anche 85%, e sono sicuro che non manca molto per arrivare al 90%. Nelle leucemie mieloidi acute i passi avanti sono stati grandi. Lì la sopravvivenza è al 60-70%”. Il caso viene direttamente dalla cronaca italiana: una ragazza muore perché i genitori, sbagliando, hanno preferito le cure alternative alla tradizionale chemioterapia. Ci si pone di fronte all’evitabilità della morte, all’occasione per ribadire la vita che invece viene buttata via con un calcio. Per quale motivo? Semplicemente per irrazionalità. E’ irrazionale essere contrari a ciò che viene dichiarato in un protocollo ufficiale di cura. E’ irrazionale essere alternativi o più semplicemente vittime di un raggiro (è dimostrato che la cura Hamer non ha valore scientifico). Se i genitori di Eleonora si rendessero conto di ciò che hanno fatto, dovrebbero provare un rimorso terribile. Eleonora Bottaro era bella, vitale, ma contro la leucemia non sarebbero mai bastate le cure somministrate in Svizzera a base di vitamina C, cortisone e altri farmaci. La vicenda colpisce perché ci dà la misura di un’uccisione involontaria, quindi di uno strappo colpevole, colposo. I genitori, con la loro imperizia, hanno decretato la fine della figlia pensando che attraverso una manipolazione psichica (il convincimento della rimozione allo shock subito dalla perdita del fratello) sarebbe guarita. Oggi numerose testimonianze anche letterarie ci dimostrano che i genitori lottano con i denti per un figlio, che vivono dramma e disperazione alla stregua di quei pazienti negli anonimi ospedali dove si cura il male. Tutti bambini tranne uno (Rizzoli 2008) del francese Philippe Forest è un grande libro proprio in questo senso. A rimanere annientati sono i genitori della piccola Pauline, dopo la sua morte. Cioè ad un decesso ne segue un altro, quello dell’amore della coppia. Un’eutanasia soprassiede alla tragedia di un infante perché il padre continua ad abitare “in quel punto del tempo”. Il resto, prima e dopo, sono parole insistenti, insensate, sontuose, insolenti. Il doloroso viaggio nella malattia sembra un’oscenità, se colpisce i bambini. Eleonora Bottaro sarebbe potuta rifiorire, avrebbe potuto amare, sposarsi, fare figli. L’accadimento della malattia coincide con lo scandalo della morte. Questa piaga impedirà ciò che sarebbe stato prezioso per quella famiglia: riflettere dolorosamente e lucidamente sulla guarigione come esempio di resistenza psichica e biologica per sé e per gli altri. Non c’è perdono perché non c’è crimine, ma un’imbarazzante ostinazione genitoriale che fa rabbia. Quando la morte è sciocca è più terribile. Fa sembrare tutto più fragile e indefinibile, come davanti al ritratto di Eleonora Bottaro, con i capelli castani sulla nuca e dorati sulle spalle, la dentatura di una giovane Venere e un destino purtroppo disumano. Eppure Anton Cěchov diceva pungolando: “Perfino essere malato è piacevole quando sai che ci sono persone che aspettano la tua guarigione come una festa”.

Alessandro Moscè

 

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