QUANDO LA POLITICA E’ IPOCRITA

Lo ha ricordato il giornalista Paolo Mieli nella trasmissione televisiva “Foibe. L’eterno abbandono”, andata in onda ieri pomeriggio su RaiTre. I partigiani comunisti di Tito perseguitarono gli italiani che non erano fascisti, né borghesi, né capitalisti, solo per un’operazione criminale di pulizia etnica dopo la sconfitta inflitta agli Ustascia, i fascisti croati. Migliaia di persone innocenti sono state torturate e massacrate, gettate nelle cavità carsiche, i crepacci. E dunque l’esodo dopo il trattato di pace che cedeva l’Istria e la Dalmazia alla Jugoslavia, da parte di 300.000 persone definite “nemiche del popolo”. Questa è storia, nonostante gli assurdi negazionismi dei facinorosi e peggio ancora nonostante l’oblio del nostro paese durato decenni. Una pagina scomoda e recuperata, che non è mai comparsa nei libri di storia. David Sassoli, presidente dell’Ue, ha detto: “Negare il ricordo delle foibe non significa essere di sinistra. Vuol dire essere in malafede. La Giornata del Ricordo unisce tutti gli italiani e ricorda una storia di sofferenza, di dolore, di morte. Mai più. Che giunga finalmente una storia di pace”. Eppure ieri è stata la giornata degli attriti e delle polemiche, che dimostrano l’immaturità dei politici italiani. Non sui social, non sui siti di appartenenza di frange estremiste, ma addirittura nelle celebrazioni ufficiali. Non è stato rispettoso né onesto, da parte di Debora Serracchiani del Pd, dire che le foibe sono diventate un palcoscenico della destra e abbandonare il palco quando ha incominciato a parlare il forzista Maurizio Gasparri. A Rovigo l’Anpi dichiara che le foibe sono un’invenzione. Risultano sciocchi e pericolosi gli slogan di CasaPound, mentre il vignettista Vauro dimostra tutta la sua pochezza con un’affermazione stucchevole: “Le foibe sono un trucido strumento sovranista e neofascista”. A distanza di settant’anni l’Italia non si riconcilia con le sue sciagure e non riesce a mantenere un’obiettività di giudizio che prescinda dall’ideologia. La verità sui crimini divide e lo fa anche tra i rappresentanti più giovani della destra e della sinistra. L’esplicito appello del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sul peso della memoria, in favore della cooperazione e della solidarietà, è caduto nel vuoto. L’esempio delle foibe è di una faziosità deprecabile, pari solo all’indifferenza. I guelfi e ghibellini ci riportano all’Italia arroccata su posizioni pretestuose, vaghe, omertose, ai simbolici castelli medievali con i merli delle mura squadrati, se erano guelfi, e a coda di rondine se erano ghibellini. Siamo contrapposti come le tifoserie di calcio, tanto superficiali quanto raggruppati in tribù, con schieramenti destinati a durare. Siamo eretici, egoisti, mistificatori. Lo siamo sempre stati perché orfani di storia, direbbe Indro Montanelli, capaci di definire Giulio Cesare un autentico mascalzone e un grande statista. Ma davvero l’oggettività è una tecnica e non un valore di fede? Tra mediocrità e ipocrisia, perpetriamo l’astuzia e l’inganno. Succede quando la politica è un incaglio, un contrattempo. Aveva ragione Pier Paolo Pasolini: “Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia”.

Alessandro Moscè

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