RAUL LUNARDI: IL POETA CENTENARIO

Lo conobbi pochi mesi prima della sua morte e credo di essere stato l’ultimo ad intervistarlo. Aveva i baffi spioventi e la magrezza tipica degli anziani. Mi disse che si svegliava alle cinque del mattino e che annotava appunti e versi con una vecchia macchina da scrivere, il cui ticchettare infastidiva gli inquilini del piano di sopra del condominio dove abitava. Sua figlia aveva premure per il padre, ormai sulla soglia dei cento anni. Accennò, sottovoce, a Cesare Pavese, con il quale aveva scambiato due parole e bevuto un caffè a Torino una settimana prima del suicidio del poeta delle Langhe. Cosa che lo lasciò costernato, “perché Pavese aveva vitalità e intraprendenza, non era un uomo spento, depresso”. Raul Lunardi, sassoferratese di nascita (1905-2004), è stato uno scrittore di una certa rilevanza specie negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Docente di Letteratura Italiana Contemporanea presso l’Università di Urbino, ha diretto per molti anni il Bollettino culturale di informazioni del ministero degli Affari Esteri. Oggi è pressoché dimenticato, se non fosse per gli interventi preziosi di Galliano Crinella, suo concittadino, che a più riprese, con la collaborazione dell’Istituto Internazionale di Studi Piceni e con il sostegno della Provincia di Ancona, ha dato alle stampe due raccolte poetiche e un bellissimo volume in cui Sassoferrato, dall’asperità della sua rocca, è ritratta dal grande fotografo Mario Giacomelli e descritta in alcuni articoli pubblicati da Raul Lunardi nella prestigiosa rivista “Il Mondo” di Mario Pannunzio. Poesie, datata 1996, è l’opera omnia della produzione in versi di Lunardi che va dal 1923 al 1983. Nella premessa dello scrittore viene ricordata la diversificata ispirazione: Pascoli, Carducci, Gozzano, le romanze romantiche, Ungaretti, l’Ermetismo. Ma Lunardi rimane un autore solitario che ha preferito seguire l’istinto primordiale e non una corrente letteraria sin dai libri più noti, che sono romanzi e racconti: Dario di un soldato semplice (Einaudi 1952, nella collana “I Gettoni” diretta da Elio Vittorini); La delazione (Fabbri 1973, Premio Basilicata); Alessandria (Fògola 1982, Premio Selezione Campiello). Da Poesie: “Il netturbino / con il carro / viene di sotto, / e il giorno ricomincia / per attendere, e rivedere / il tuo sguardo. / (Non ti voltare / perché tu non scompaia”). Tra Sassoferrato e Roma Lunardi contrappone una doppia esistenza seguendo il progresso civile dell’Italia tra le due guerre e nei decenni seguenti, anteponendo sempre, strutturalmente, una poesia prosastica, monologante, molto riflessiva. “Il beato / rischio dei nostri giorni, / l’uomo / di nuovo solo / nella natura. / Una motocicletta / velocissima corre / e l’uomo ridente saluta: / la riscoperta del puro / mondo materiale / è la nostra / grande conquista: / per essa / gli estremi dell’uomo / si toccano”. Raul Lunardi componeva dei poemetti estratti dal parlato, dal modo di dire della sua gente, da una sanguigna perspicacia. Adottava uno schema iperrealistico, soggettivamente lirico, e come accennavamo, diluiva la sua lingua in un procedere magmatico, narrativo, alla ricerca di un tono solenne che consentisse la penetrazione nei sentimenti, negli aspetti ossessivi (la morte), nei significati non riduttivi per un moto di nostalgia, per un sogno scomparso in un viale senza fine (“Il silenzio / si spezza con il coltello. / Da quando sei morta / vivere e morire hanno un senso”). Raul Lunardi non era un religioso praticante, ma a suo modo credeva. In uno dei lacerti narrativi di Poesie lascia capire che non si dilungava con preghiere, canti, ornamenti: per il culto di chi non c’è più prevale il silenzio. Lunardi catalizza un sibilo nei pressi di San Giovanni a Porta Latina (una delle più antiche basiliche di Roma), la nebbia fitta di Sassoferrato, una visione casalinga dove pensare agli atomi e alle sterminate galassie, al “finito infinito di tempo umano”: insomma, un “olimpo personale” tra le Marche e il cielo. La terra non muore (QuattroVenti 1999) è incentrato sull’omaggio di Mario Giacomelli a Sassoferrato. Vengono riprese le case, i tetti, i muri, i portali, i chiostri, le nubi, i boschi che penetrano ai confini della città. Fotografie che conferiscono quel tono lieve e profondo tipico di Giacomelli, quelle ondulazioni che trasfigurano la campagna arata al punto da farla apparire la crosta della luna o un pianeta del sistema stellare. Raul Lunardi si sofferma sulla miniera di Cabernardi che stava subendo la chiusura perché lo zolfo si era esaurito. Cita il sorprendente villaggio minerario di Cantarino, dove vennero a dare man forte gli operai siciliani. Intravede la lentezza della società nei processi di trasformazione, ma anche la resistenza nel tempo con la tomba romana, rettangolare e scavata lungamente nel terreno, scoperta da un contadino e da chi immaginò il nascondiglio di una grande necropoli, per cui conveniva scavare evocando l’anima di un antico guerriero. E ancora la contadina con il fazzoletto in testa, di traverso, le veste mezza sbottonata, che taglia i pomodori e li versa in un recipiente di lamiera. Raul Lunardi menziona gli uccelli di passo, i cacciatori di tordi, il roccolo, una postazione dove sistemarsi per attirare i volatili migratori. Siamo nel 1961, ma l’atmosfera appare ottocentesca, specie nei riti della vendemmia e della svinatura. Infine Preghiera del centenario (il lavoro editoriale 2003), dove Lunardi si lascia andare alla confessione che contrappunta una vera e propria religione della poesia più che una poesia religiosa. Nella sua affabilità discorsiva scrive quasi lanciando un proclama: “Non c’è cosa più meravigliosa / e commovente dell’uomo / che va cercando un altro se stesso nell’universo / per esprimere una nuova alleanza / non più con Dio questa volta / ma con il mondo”. Oppure: “Io alla famiglia / cristiana in un certo senso, credo. / Dirai che sono un sentimentale”. Raul Lunardi negli ultimi tempi abbracciò la tensione tipica di un nuovo umanesimo da razionalista nel trapasso di epoche, alle porte di un’altra dimensione del reale, dove i segni delle premonizioni, dei vaticini e delle profezie si aprono all’ombra del corpo, abbinati ad una parola-verità contro ogni mistificazione.

Alessandro Moscè

 

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