IL MINIMALISMO SPIAZZANTE DI RAYMOND CARVER

Raymond Carver, ormai deceduto da più di trent’anni, è stato uno scrittore distintosi perché nei suoi libri più noti e tradotti non succede nulla e la routine procede soporifera, finché dal cilindro magico esce il coniglio. Il tutto si alimenta progressivamente di incidenti, equivoci, sorprese. Ordinario e straordinario, il composto narrativo, nella brevità del racconto, diventa un grumo di inquietudine, finendo per spiazzare il lettore. Carver venne definito un maestro della nuova letteratura americana, che adottò schegge di esistenze a modelli e rituali: la coppia nauseata, il bere e il fumare continuo nelle case di quartieri suburbani o secondari, il vivere appartato tra le mura domestiche ecc. Il suo mondo anonimo, ridotto all’essenziale, contiene però un’apertura straordinaria quanto imprevedibile: il minimalismo, nelle sue storie, si disfa nella rivelazione. Cattedrale (Mondadori 1984), più volte dato alle stampe, è suddiviso in vicende che deviano il corso dei protagonisti. In una casa di amici compare un avvoltoio che grida aspramente, o il calco della vecchia dentatura di una moglie, un paio di gengive esposte come fossero una statuetta. Un bambino è definito brutto come nessun altro: “Aveva un faccione largo e rosso, occhi che strabuzzavano, una fronte larghissima e un paio di labbra grosse e grasse”. In un altro racconto il marito se ne sta perennemente a letto, come se la sua vita si potesse compiere orizzontalmente. La moglie pallida e sgomenta non smette di guardargli i piedi. Un uomo va a trovare il figlio che non vede da anni salendo sul primo treno che attraverserà la Francia. Decide di non scendere nella stazione dove abita il ragazzo (forse neppure lo riconoscerebbe) e di proseguire all’avventura, senza una meta. Un nero estrae dalla scatola che conserva gelosamente, l’orecchio di un vietnamita che fa vedere ad un gruppo di persone che vende vitamine. Si tratta del suo trofeo di guerra. In un episodio tra i migliori, un esaltato riesce a togliere la fede dal dito della moglie facendola a pezzettini con una cesoia. Si prosegue con un cieco invitato in casa e che ha comportamenti anomali dopo essersi presentato assennatamente: “Mangiammo come se non ci fosse più un domani. Senza parlare. Mangiavamo. Ci abbuffavamo. Quella tavola la rademmo al suolo. Mangiavamo seriamente. Il cieco non aveva perso tempo a localizzare vari cibi, sapeva esattamente dove stavano sul piatto”. Qualcosa accade e non dovrebbe. Raymond Carver cerca il guizzo più strano, la bizzarria, l’eccedenza, anche se concentra questi elementi in poche righe. I testi sono pagine di un diario di codici separati, di attività umane e di corredi psicologici. Lo scrittore non ci propone mai un inizio e una fine, ma comparse che aspirano al silenzio più che al dialogo. Le giravolte dei personaggi, nei frammenti, sono sfide al vuoto, al peso della ferialità, un punto d’intersezione tra le nevrosi e l’azione, tra la ragione di senso e l’irrazionalità. La rimozione del superfluo, nella condizione minimale, ricade addosso ai protagonisti nella mancanza di un perché, in un un’attesa protratta, nei sensi di colpa e nel tentativo di espiazione.

Alessandro Moscè

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