L’IMPETO DI ALDA MERINI DIECI ANNI DOPO

Alda Merini è nata a Milano (1931) dove è morta nel 2009. Poetessa scoperta da Giacinto Spagnoletti, fu valorizzata da Giorgio Manganelli, Pier Paolo Pasolini e Salvatore Quasimodo. Tra le altre opere date alle stampe La presenza di Orfeo (Schwartz 1953); Paura di Dio (Scheiwiller 1961); Vuoto d’amore (Einaudi 1991); Ballate non pagate (Einaudi 1995); Fiore di poesia 1951-1997 (Einaudi 1998); Superba è la notte (Einaudi 2000); Mistica d’amore (Sperling & Kupfer 2013); Confusione di stelle (Einaudi 2019). In prosa ha pubblicato L’altra verità. Diario di una diversa (Scheiwiller 1986; Rizzoli 1997); La pazza della porta accanto (Bompiani 1995); La vita facile (Bompiani 1996); Aforismi e magie (Rizzoli 2013); Il suono dell’ombra (Mondadori 2018).

Sono dieci anni che Alda Merini ci ha lasciati. Nel 2004 mi commissionarono un’intervista. Abitava a Milano nella casa di ringhiera sui Navigli, Corso di Porta Ticinese. Intratteneva lunghissime conversazioni telefoniche, spesso dettava le sue poesie e se l’interlocutore non le stava a genio staccava la spina. Adorava lo smalto per le unghie, gli orecchini, le caffettiere e i biscotti che offriva ai barboni e ai mendicanti che saltuariamente accoglieva in casa. Fumava e buttava le cicche spente sul pavimento. I numeri di telefono li appuntava sulla parete bianca accanto al letto dove scriveva con un lapis rosso e blu. Si considerava una Maddalena, una peccatrice redenta. La feci chiamare più volte da un amico dermatologo di Fabriano che le dava consigli su come curare la psoriasi.
Perché si scrivono poesie?
La poesia è una scelta che include una dimensione eletta, una vocazione che può anche essere respinta, ma che è senz’altro costituzionale. Forse c’è una dinamica nel nostro corpo che spinge a scrivere. Moravia diceva: “Scrivo per capire ciò che scrivo”. Può essere una forma di autoanalisi, perché la poesia è conoscitiva.
Qual è la differenza sostanziale tra la poesia e la prosa?
La poesia è un impeto. Quando la si scrive si diventa primitivi, istintuali. La prosa è un partito moderato, una pianificazione ideale.
Alda Merini poetessa, in definitiva chi è?
Colei che potrebbe fare centinaia di condanne morali, ma preferisco assolvere tutti attraverso la metrica. La definizione non è la mia, ma di un carabiniere che contattai anni fa.
Il poeta è davvero un egoista, come ha scritto?
Il poeta soffre di superbia, ama scantonare nell’intuizione, trascurando la persona in sé, ma non le persone, l’umanità. Per me il poeta è estratto a sorte perché parli per tutti.
Della sua malattia mentale ne ha fatto un’occasione di scrittura ricognitiva.
La malattia può essere un capitale enorme se si sa come amministrarla. Ma non può essere uno scopo. Chi vorrebbe stare male?
Cos’è la follia, di cui nei suoi versi parla con tanta disinvoltura?
La follia è una delle cose più sacre che esistano, tanto è vero che nei templi greci veniva considerata un dono degli dei. E’ un invasamento, ma anche un percorso purificatore, un sofferenza come quintessenza della logica. La follia diventa il padre, la madre, un luogo. Gli elettroshock ai quali mi hanno sottoposto non servivano a nulla, ma le parole possono alleviare il dolore. Anche gli psichiatri farneticano, lo sa?
Una definizione di amore?
L’amore è un’occasione. E’ altamente terapeutico quanto più è fraterno, pulito. Ce lo insegna il Vangelo, che leggo spesso. L’amore deve voler bene, ma spesso si rivela essere una dialettica complessa, contraddittoria. Alla Madonna interessava il Figlio di Dio, non Giuseppe come maschio. Non è vero?
Cosa pensa dell’amicizia, altro tema che non dimentica di opinare?
L’amicizia è sospetta di tradimento, fa parte di quelle favole che raccontano gli imbroglioni. Il sentimento è un’altra cosa, è pace, conciliazione. L’amicizia può essere sciagurata perché chiacchierata, oggetto di maldicenza.
Alda Merini è stata anche una donna molto bella.
La bellezza è una virtù, ma è vittima della più grande patologia sociale che esista, l’invidia. Non sono mai stata una donna d’amore. Ho preferito orientare la mia intemperanza al gusto sadico della parola che non al desiderio della carne.
Quali sono i suoi ricordi di Salvatore Quasimodo?
Quasimodo mi amò con tenerezza. Era un uomo noioso, ma eccezionalmente intelligente. Mi ha insegnato l’amor proprio, la grinta. Mi metteva al corrente di tutti i suoi scritti e per ingelosirmi telefonava a numerose donne in mia presenza. Me ne andavo sbattendo la porta.
Cosa pensa della gestione del patrimonio culturale italiano?
E’ gestito talmente male che sembra gestito dal governo. Non c’è rispetto per l’individuo che promuove la cultura essendo munito di passaporto, perché esiste una dittatura padronale.
Perché salverebbe la sua poesia?
Non voglio salvarla, in verità. Se dovessi farlo, lo farei solo per quanto, attraverso di essa, ho colto di angelico, di serafico nella natura e nell’uomo. La morte non mi spaventa, ma mi dispiace sapere che morirò. Sono morta tante volte con i dispiaceri che ho provato, ma sono sempre rinata. Il mio testamento sono i miei figli, non le mie poesie.

Alessandro Moscè

 

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