NON FARSI PIU’ VEDERE

Se tutti vogliono apparire, essere protagonisti in proprio, immagine di uno stile utilizzando selfie, ritratti, icone, la virtualità di Facebook e di Instagram vivendo un presente ossessivo, autocelebrativo, che esclude passato e futuro, che annienta il ricordo di ieri e la prospettiva di domani, c’è chi preferisce rimanere in disparte, anzi sparire del tutto dalla ribalta. E’ dal 1978 che Mina (Anna Maria Mazzini, nata a Busto Arsizio nel 1940) non si esibisce in pubblico, nutrendo il suo mito e il mistero della sua vita da reclusa a Lugano, in Svizzera. Continua a cantare, ma non si fa vedere, infrangendo una regola consuetudinaria nel mondo dello spettacolo. Ha sempre sofferto il successo e la devozione esagerata del suo pubblico. Ieri la figlia l’ha ripresa con uno scatto fotografico, a sua insaputa. È seduta sul divano, di spalle, ma tanto basta per scatenare la gente che adora l’artista più schiva e riservata della musica italiana. Lo scatto è accompagnato da questa frase: “Madre e fidanzato che guardano video di gangsta rapper venezuelani”. Il 22 novembre è prevista l’uscita del suo nuovo album di inediti intitolato MinaFossati per la Sony Music. Anche Ivano Fossati è ormai lontano dalle scene: le loro voci si uniranno in undici brani inediti cantati in duetto. La “Tigre di Cremona”, come fu ribattezzata, si è ritirata dal suo corpo, dal suo volto, pur essendo impressa in tutti noi nei fotogrammi e negli sketch di “Studio Uno” e di “Sabato sera” (a cura di Antonello Falqui) su RaiUno, fino all’ultimo grande concerto tenutosi alla “Bussola”, in Versilia, appunto quarant’anni fa. La sparizione nutre l’immaginazione, il sogno. Mina è ancora una donna sensazionale, viva e invisibile. Appare come un battito già fermato che  possiamo bloccare in una radiografia, ma provoca un effetto, lo stesso che fu dello scrittore statunitense Jerome David Salinger quando si ritirò. Mina ci rimbalza addosso, svaporata di fronte alla nostalgia di chi vorrebbe inquadrarla da vicino, intervistarla, riprenderla mentre canta davanti ad un microfono, in un luogo qualsiasi. Il non farsi più vedere dà il via a libere congetture. Uscirà di casa? Si truccherà ancora? Si travestirà per non farsi riconoscere? Sarà coinvolta solo da riflessioni intime nella sua casa, o viaggerà? Condurrà un’esistenza appartata, pur senza privazioni? Chi incontrerà? Telefonerà spesso? Incrocerà gli abitanti di Lugano, in un inverno freddo mitigato solo dalla placidità del lago, o in un’estate secca e afosa? Il silenzio ci sembra qualcosa di più umano, come una meditazione, addirittura come un gesto eversivo, dati i tempi. Mina rappresenta non solo un’italiana famosa con una voce straordinaria che è entrata a far parte della storia del costume e della televisione, ma anche una presenza conturbante che ha deciso di abolire il tempo abbracciando l’abbandono e allontanando il comportamento individuale stereotipato, che viola qualunque rispetto della riservatezza. Mina non reprime i fan, ma non li vede e non si lascia vedere da loro. Il suo è un atto di libertà che ci rimanda ai primi del Novecento, quando non c’era la televisione, internet, il telefonino, ma solo la radio che collegava con il mondo. Il collasso della percettibilità dello sguardo è sinonimo di un benessere che non ci fa dimenticare la donna e la cantante, meravigliosamente appartata, che custodisce il suo talento anche a ottant’anni. Invisibile e onnipotente, direbbe Gustave Flaubert.

Alessandro Moscè

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