ROBERTO COTRONEO: NESSUNO VUOLE PIU’ SAPERE NULLA

E’ uno dei migliori romanzi in circolazione, perché fora il presente per capire come siamo arrivati a tanto degrado morale. Con Niente di personale (La nave di Teseo 2018) Roberto Cotroneo, narratore, giornalista, critico e fotografo, fa suoi gli ultimi trent’anni italiani e rivede tutto ciò che è accaduto rendendosi conto che la memoria non concede sconti. Memoria come specchio perfetto riflessa sotto la lente d’ingrandimento dello scrittore stesso. Una volta i giornali erano elaborati da gente felice e i programmi televisivi risultavano garbati, finché non è subentrata “l’era dell’indeterminato e della semplificazione”. Con una scrittura sciolta, tagliente, in un vortice di analisi, lineamenti, graffi, indicazioni, Roberto Cotroneo rivive l’Italia degli anni Ottanta con le sue stanze del potere mai troppo illuminate, quando il mestiere del giornalista era visto con rispetto dalla politica, dall’imprenditoria e dalla finanza. Ma cos’è il potere? “Il potere è silenzio, fiducia, relazioni, discrezione. Non come adesso che l’esibizione del potere è più del potere stesso”. Oggi il presente abbraccia il futuro, ciò che siamo in grado di far nostro eliminando con un colpo di coda il passato e la previsione di ciò che diventerà l’Italia, il mondo. Cotroneo ricorda i bar e i ristoranti romani dove si beveva e si conosceva gente, in cui sapere le cose contava e le persone meritevoli emergevano, mentre nel terzo millennio si finge di sapere e ci sono più comunicatori che cose da dire. Come in una risonanza magnetica viene captato il cinismo diffuso contrapponendolo a ciò che, quando il protagonista entrò in un grande giornale (“L’Espresso”) con il ruolo di redattore, era semplicemente il vitalismo. Quindi subentrano le digressioni autobiografiche sul padre calabrese diventato medico e specializzatosi in cardiologia, sul trasferimento della famiglia a Torino, sulla riservatezza della madre. “Ho vissuto in una famiglia del non detto. Tutto rientrava nella categoria del silenzio, nessuna storia poteva reclamare il suo spazio, il suo glamour, i suoi diritti”. Decisivo l’arrivo a Roma con il genitore democristiano che va a trovare Giulio Andreotti e l’ammissione che ai comunisti, per non fare la rivoluzione, era stato concesso di imperare nelle lettere, nella filosofia, nel cinema, nel teatro e nei giornali. Ma in fondo gli intellettuali recitavano una parte come qualsiasi categoria sociale. E nel 2020? Roberto Cotroneo, in una delle frasi più belle del romanzo lo dice con esemplare chiarezza, e sembra una deflagrazione: “Forse non si poteva prevedere ma è accaduto. E’ accaduto che i mondi interiori si sono riversati nella strade del social network, che la democrazia è finita nel web, che i grandi autori sono sempre citati in modo sbagliato, che nessuno vuole più sapere, ma tutti vogliono essere”. La confusione nella distribuzione dei ruoli comunicativi è uno dei mali del secolo. L’invasività dell’online, morso dalla tarantola della notizia sensazionale, ha infettato il giornalismo che non è mera comunicazione, ma selezionata informazione. Nel 2020 non si approfondisce più nulla e la credibilità è crollata. In pochi fanno ancora inchieste e si sporcano le mani. La conoscenza non è un valore aggiunto, ma una zavorra ai piedi. Andare incontro al lettore, purtroppo, vuol dire offrire un servizio che nasconde un’operazione di marketing in cui tutto a cambia ad una velocità insostenibile.

Alessandro Moscè

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